Nov 22, 2003
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Secolo XIX: Baglioni, architetto pop

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Lunedì a Genova arriva il tour "Crescendo", che ha debuttato ieri sera da Torino. L’ispirazione per le scene dal suo corso di laurea. Uno show in verticale, con palchi come ascensori. Torino L’universo verticale di Claudio Baglioni risponde all’ultima vocazione: diventare finalmente architetto, laurearsi in un’arte nobile, più disciplinata della canzone. Solo così si può immaginare il good boy, il bravo ragazzo di "Strada facendo" e "La vita è adesso" mentre si arrampica su visioni di enormi lastre di legno, che scendono da una cattedrale di alluminio e risalgono come astronavi di Spielberg. A voler sondare il mistero che spinge una star sul palco, c’è da rimanere allibiti alla stravaganza che Baglioni si diverte a confezionare per il nuovo tour "Crescendo", decollato ieri sera al Mazda Palace torinese e che lunedì sarà invece al Mazda Palace di Genova. Questa, in realtà, sarebbe la cronaca di una lunga notte, che ha preceduto quella della prima, a seguire Baglioni nelle sue imprese di ingegneria musicale e bilanciamento di tre palchi diversi, che vanno su e giù come gli ascensori cromati di "Grand Hotel", come fette di un Saint-Honoré zuppo di grandi canzoni sentimentali. Immaginate Baglioni che guida la squadra di carpentieri e scenografi della sua musica, con una mistica da Torre di Babele. «Non fumate» predica in tono canzonatorio. «Non parlate» sibila al quartetto d’archi, che recita un ruolo da commedia dell’arte. Perché questo "Crescendo" sarà meno ciclopico del tour estivo, ma è pur sempre l’idea sofisticata di uno show che deve far palpitare il pubblico. E ci riesce benissimo. L’idea è lineare, ma per un architetto. A un contabile del rock, non verrebbe mai in mente di far scendere un palco dall’alto e poggiarlo di quello che c’era sotto. E ripetere il giochetto più volte, in un balletto di piani orizzontali molto elegante nella sua semplicità. Allora, c’è un cubo scintillante, sormontato da un tetto di legno e da una cornice di luci. Dieci minuti prima dello show, i "macchinisti" si arrampicano in alto e spariscono. E sei minuti prima, alle note di "Fianco a fianco" e "Acqua nell’acqua", Baglioni accende i neon su una cantina: rete metallica, baule, panca, stufa, registratore Revox. Si parte con "Yesterday" dei Beatles, almeno a Torino, poi "Noi no": ci sono dei traslocatori con casse di strumenti, la band suona con impeto rock. Bravissimo il giovane batterista Adriano Molinari. Insomma, il sogno di fare un concerto parte dalla cantina, poi salirà ai piani alti di questa casa che per Baglioni è più di una metafora. "Dagli il via" stantuffa adrenalina. Dai nastri del Revox, che per chi ama la musica è come il basilico per il pesto, escono le note di "Quanto ti voglio", mille anni fa. Poi Baglioni entra con la sua voce e il tempo si confonde al tempo. Due, tre canzoni, e dall’alto scende un secondo palco-soggiorno: cucina, divano letto, un set di aspiravolvere, frullatore e lucidatrice da suonare come percussioni. Persino un caffè in scena, spillato da una preziosa macchinetta. Intanto scorrono languide "Quante volte", "Domani mai", "Un giorno nuovo". Baglioni è più asciutto, risalta di più, è meno popstar e più autore-attore. Si vede benissimo che questi lastroni che gli piovono sulla testa stuzzicano il suo orgoglio di architetto. Un tavolo diventa un biliardo. E si ricomincia: ora dall’alto scende un terrazzo: telescopio, camino con lucine, una scala. Il cielo si fa notte, e partono "Acqua dalla luna", "Ninna nanna", "Avrai", "Grand’uomo", "Notte di note". E qui viene il bello. La metafora è evidente: il sogno di fare un concerto dura un giorno, poi lo show arriva: con i seguipersone, le luci calibrate, le pedane e i palchi che ballano un valzer verticale. E in qualche modo da vertigini. "Questo piccolo grande amore" precede "Cuore di aliante", "Io sono qui", un "canzoniere" che va da "Poster" a "E tu come stai", poi "La vita è adesso" e la bella introspezione di "Mille giorni di te e di me". Il forte ottimismo di "Strada facendo" e la parabola autobiografica di "Sono io". Le canzoni scivolano in alto e in basso, esattamente come i palchi che sembrano tolde di nave, scheletri di grattacieli, tavolozze da pittore, e che mastro Baglioni, con talento rinascimentale, fa coincidere con la sua musica. Come un trapezista che, salito a un certo punto, stia sospeso sul vuoto. Renato Tortarolo

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