Nov 26, 2005
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Recensione di Noi no

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La particolarità più significativa dell’inizio di questa canzone di Baglioni è il modo indicativo del verbo ed il tempo: il futuro. Baglioni non parla con una frase ipotetica, qui, parlando del futuro. Inizia con un far presente a tutto il mondo quello che avverrà di sicuro a chi crede fermamente in un sogno e lotta ogni giorno per avvicinarvisi. Somiglia tanto ad uno di quei racconti predittivi, di una persona che già pregusta il momento di magia che lo vedrà protagonista: “Come sarà… prendere la strada e andare via… farsi travolgere da un vento di follia…”, un turbine di prolessi che s’inseguono. È così, sarà così perché lo vogliamo e dovremo combattere andando incontro alla realtà che non ci farà più paura. Quando il “piccolo guerriero si farà grande” (Baglioni, “Naso di falco”, “Oltre”, 1991), nel senso che le nostre paure verranno eliminate (qui non c’è nessun riferimento anagrafico), potremo essere pronti per affrontare la realtà, andarle incontro. Baglioni sembra qui, volontariamente o meno, proseguire la grande scuola di pensiero che ha rivoluzionato la letteratura mondiale a partire dalle poesie di Rimbaud: la ricerca (a volte persino inconscia) della rivelazione improvvisa, dell’agnizione scopritrice. Voglio dire che si può fare poesia descrivendo la realtà, facendo una “prosa del mondo”, descrivendo una realtà che può apparire insignificante certo, ma si può far poesia anche attraverso una “poetica del trauma” (che nasce con Baudelaire e si estremizza con Rimbaud), andando oltre una realtà per cercare di scoprire “Oltre” (un po’ pensiero portante di tutto l’album in cui “Noi no” è inclusa) il momento di significative rivelazioni.

È anche quello che ha fatto Joyce in prosa e quello che ha fatto (in maniera divina) Proust con le sue “intermittenze del cuore” e della memoria involontaria richiamata alla mente a fatica da agnizioni dovute a delle percezioni sensoriali (come il sapore del famoso biscotto “maddalenina” inzuppato nel the). Facendo un ulteriore esempio – non uscendo dall’universo baglioniano – si può fare poesia descrivendo “… la sua schiena che le tiene l’anima stretta al sicuro…” (Baglioni, op. cit., “Signora delle ore scure”) oppure descrivendo come una rivelazione la morte delle conchiglie sulla spiaggia, “l’immenso soffio dell’oceano le spinge via con sé a naufragare su spiagge chiare a un passo dalla vita muoiono conchiglie e nelle orecchie ancora il mare” (Baglioni, op. cit., “Pace”): ad un passo dalla vita, dopo essere state sballottate dal mare, non portano rancore al mare che le ha uccise perché quello è il loro destino ed anzi, portano per sempre dentro di loro quel canto, ancora gli “scogli di carbone dolce” (Baglioni, op. cit., “Io dal mare”) che rappresentano gli scogli nel mare notturno. Anche la seconda e la terza forma sono poesia, poesia come simbolo, senza descrivere il mondo ma badando esclusivamente a far nascere una rivelazione, un collegamento analogico tra varie manifestazioni dell’essenza della vita, metafora. L’inizio di “Noi no” attende proprio quella rivelazione ed il cantautore già pensa al dopo, a “come sarà…”. “Farsi travolgere da un vento di follia”, già, perché saremo talmente vicino alla nostra realtà che gli altri ci prenderanno per pazzi. Gli altri abituati a convenzioni dettate loro dalla realtà. Gli altri che non hanno vissuto ma neanche cercato la rivelazione, la sicurezza dei propri mezzi, la bellezza dell’assoluto e della verità. Ci troveremo in una posizione di tale forza vitale, di tale genuinità che nessuna falsità potrà mai sfiorarci: con una forza da usare come scudo contro una società che ci opprime, che non si allontana molto da quella dell’Incendiario di Palazzeschi, “stringere le mani con tutta l’energia che l’aria ci darà”, è una frase che non lascia dubbi. La forza di una sincerità smisurata ci permetterà di stringere le mani tanto forte da non poter ingannare e farci ingannare, saremo forti perché sarà l’aria a darci forza: come se il vigore ci venisse da una regione sconosciuta o dal niente (l’aria). Bellissima, fra l’altro, l’immagine di questa forza racchiusa nella metafora che l’accomuna a delle “onde a fendere sassi schizzati via”. E poi via: braccia che come ali si liberano permettendoci di volare e saremo isole piene di sole in una realtà meschina. L’importante sarà, comunque, avere parole e musica a disposizione per seccarci gole e correre incontro ad urlare verità senza tempo. Da qui il primo urlo. Il primo grido che rivendica il diritto di essere diversi dalla massa miserabile di gente falsa. “Noi no” vale per oggi, per non essere come loro, per non essere mai non veri ed opportunisti. “Noi no” varrà per quel domani che ci permetterà di ribellarci a questa falsità, ci permetterà di dire no e di non essere “mai più rubati”. Dopo il primo ritornello la canzone accelera, prende un ritmo più sostenuto, si carica di ulteriore forza e convinzione dei propri mezzi si parla addirittura di “spaccare il mondo in due e sputare il nocciolo” in un espressionismo consapevole oramai delle proprie forze, pregno di convinzione nei propri mezzi. Vorrei soffermarmi qui alle varie immagini che nelle canzoni di Baglioni sono state chiamate in causa dall’autore per descrivere il ribellarsi ed il tenere duro. Si parte da “La piana dei cavalli bradi” (sempre presente in “Oltre”), con quel passo dove dice “andai con le mani, andai coi capelli, andai lungo sentieri di tornadi, andai con il cuore, andai fino a che trovai la piana dei cavalli bradi” oppure dal voler “sognare di volare solitario là dove solo c’è verità” per raggiungere lì “dove un sogno è ancora libero e l’aria non è cenere” con la consapevolezza che “nelle strade ci si perde, in cielo e in mare no”(“Naso di falco”), passando alla “richiesta di aiuto” verso il prossimo di “Tamburi lontani” (“Oltre”): “dimmelo anche tu che il tempo non ci ha sconosciuto… giura amico mio che glielo metteremo ancora lì a questa vita…”, alla forza da sprigionare de “L’ultimo omino” (“Oltre”): “… battiti […] on il pulsante del tuo cuore poter salire oltre il dolore…” fino ad arrivare al nuovo disco “Viaggiatore sulla coda del tempo” dove abbondano propositi di partire ed il tema del viaggio come catarsi è visto sotto varie sfaccettature: la sicurezza di “lasciare un giorno questo hangar” del viaggiatore e l’enorme sicurezza di riuscire di “Sì io sarò” che va citata per intero: sì io sarò vela al vento sì io sarò un’onda anomala sì io unirò insieme ancora e aquilone sì io sarò immensità mi attaccherò più forte all’albero maestro di quella barca che fa il solco all’equatore mi appiccherò per sempre al nodo del capestro di quelle stelle sulla via di un viaggiatore Tornando a “Noi no”, nella strofa dove si parla di “sputare il nocciolo” cioè quanto di marcio ci sia nella realtà, è singolare l’ironia usata dal cantautore che vorrebbe farlo “con quella ingenuità delle canzoni mie e di un cuore incredulo”. L’ironia sta proprio nel definire ingenue le sue canzoni che ci permettono di “asciugarci gole per una verità”. I suoi versi dovrebbero così fungere da arma; non importa se ci riusciranno o meno (molto, qui, dipende dal rispecchiarsi o meno in quello che lui dice), l’importante è provarci giacché un’arma è sempre un’arma, che sia efficace o meno. Capendo che ribellarsi alla tristezza è possibile attraverso dei versi o una “canzone ingenua”, ci fa rimanere il cuore “incredulo”, come colpito dalla grande forza – che il nostro animo possiede – capace di fare nostre quelle emozioni che una “semplice” (ingenua) canzone può provocarci. Torna la poesia che descrive la realtà: lo sperare attraverso gli occhi dei nostri figli, che ci danno una seconda possibilità, prendendo in prestito le loro speranze (potrei citare la valenza che Shakespeare individua nella prole, renderci eterni); la vita che fugge via veloce riducendo un anno ad un attimo nel ricordo di qualche cosa che è stato e che più non è; di figli che a loro volta genereranno nuova vita, accenderanno un cielo, un nuovo mondo, una famiglia da amare, dalla quale tornare stanchi la sera, faranno così una cosa grandissima, un mondo grandissimo eppure non saranno che comete come lo sei stato tu, come lo sono io (gioco di parole “comete come te”), come noi che siamo solo un puntino nell’immenso come “tante tessere di un firmamento bruno” (Baglioni, “Sì io sarò”, Viaggiatore sulla coda del tempo, 1999). In questo mondo che ci creeremo intorno, in questa famiglia che ci faremo, in questa famiglia che i nostri figli si faranno ci sarà un comune denominatore: l’amore. Tanto amore e la quantità è stimabile nella pioggia che scende e che ci disseta, in tutta la pioggia che possa mai piovere. Ce n’è bisogno – voglio dire – nella quantità sufficiente per dissetare una sete per la quale non basterebbe che piovesse per sempre (ragionamento contorto ma molto efficace: “di più, giù in fondo, là, più su, più in alto, ancora, oltre”, come se in effetti non bastasse mai), come se la sete fosse il bisogno d’amore e la pioggia eterna (oltre) la quantità d’amore necessaria per dissetarsi. Torna il grido. Anche questa volta rappresenta il non accettare questa realtà attuale – da qui il bisogno di sognare – e di aspirare a tutto quell’amore detto prima. E l’insofferenza sta proprio nel fatto di “provare” a vivere in questa realtà senza finire di aspettare ed il rendersi conto che, in mancanza della verità (vedere il mare) siamo disposti anche a rinunciare a stare bene (andare in paradiso) rinunciando così, a priori, ad ogni forma di compromesso con la realtà. Naturalmente il passo: noi che mai finimmo di aspettare provando a vivere è tutto al passato perché nella realtà sognata (nella quale i versi ci hanno pian piano trasportato) non sarà più così: in quella realtà noi ci ricorderemo di quando in passato non abbiamo “mai” finito di aspettare perché avevamo paura di sognare; mentre invece: e non vogliamo andare in paradiso se lì non si vede il mare è al presente perché adesso che sappiamo sognare, che abbiamo trovato la forza per sperare non commetteremo più quegli errori: senza anche solo un briciolo di verità (la vista del mare), non accettiamo trofei o meriti (paradiso) o successi sporcati da falsità. Il grido continua forte, preciso, mirato, pieno di ogni carica e sfumatura melodica. Quel “noi no” sparato al cielo sembra dare forza e dare convinzione giusta. È splendido – a parer mio, bisognerebbe provare per rendersene conto – gridarlo in un concerto con ottantamila persone entusiaste e convinte. Il finale era d’obbligo: omaggio all’ispirazione poetica dettata dai “sogni di poeti” che siamo noi che adesso diciamo NO perché convinti e speranzosi. Quel “sogni di poeti” sta alla base di ogni forma d’arte, capacità creativa, genio, di qualcosa che viene definita con la parola “poesia”. Rappresenta la forza vitale che ci spinge ad andare avanti, il motore di ogni nostra azione e di ogni nostro convincimento di credere in un futuro migliore, di qualcuno “che si curvi verso te” (Baglioni, “La vita è adesso”, “La vita è adesso”, 1985), è grandezza di ispirazione, in questo caso unita a bontà d’animo.

Recensito da: Paolo Talanca

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