Nov 27, 2005
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Recensione di La vita è adesso

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“La vita è adesso” è una delle canzoni più conosciute di Baglioni, posta nell’album omonimo. I primi accordi di questa canzone scivolano via sommessi, quasi a creare un momento di sintesi e di rispecchiamento di un tutto, in un perfetto sistema di giornate qualunque che ci paiono essere tutto quel fantastico mondo che, nei nostri momenti di maggiore felicità, riconosciamo come gioia di vivere. Gli accordi iniziali rappresentano una vera e propria preparazione dell’anima circa il messaggio e l’atmosfera della canzone. Fanno pensare alla vita che passa, al fatto che debba passare, alla normalità ed alla bellezza di ogni attimo che ci permette di valorizzare la nostra intelligenza nel pensare che nessuna cosa sia più bella della vita. Quasi una musica che inizia in tono minore, tanto è grande il messaggio che porta e non è importante urlare perché lo si possa sentire meglio. Fa parte del nostro essere, del nostro stare al mondo, di quella voglia di continuare a vivere anche di fronte alle avversità, di fronte a quanto di più brutto la vita possa serbarci. Questi accordi iniziali sembrano capire prima di noi stessi la nostra voglia di vivere, magari riposta momentaneamente nel nostro inconscio. La capisce meglio di noi, è nostra ma è lei che la comprende al posto nostro, comprende che abbiamo una quantità enorme di voglia di vivere ed il susseguirsi di accordi è lì che ci dice: “… è così, ce l’hai questa forza, stai tranquillo/a…”, fino al pronunciare delle prime parole “La vita è adesso…”, per altro parole di apertura e di chiusura del testo. Nella prima strofa ci si pone nella condizione di affrontare il problema della solitudine, che poi tornerà in tutto il testo. C’è la metafora che paragona la terra ad un vecchio albergo dove ognuno è in una “stanza e in una storia di mattini più leggeri” proprio a sottolineare il lato ottimistico della vita: in linea generale (naturalmente non sempre) chi va in un albergo a dormire si corica con la consapevolezza che il giorno dopo non sentirà la sveglia che implacabile lo desterà dai suoi cari sogni.

Proprio sotto questo punto di vista va inteso (a mio parere) l’accostamento albergo/terra: perché nei mattini più leggeri si può apprezzare tutta la magnificenza della vita, come in cieli smarginati (che rimanda a quei pochi barlumi di fiducia dell’universo di Corazzini) di speranza e nei silenzi da ascoltare che ci espletano la bellezza della vita: se, infatti, il silenzio è bello da ascoltare e sappiamo che il silenzio è la voce della natura senza disturbi, senza alterazioni, vuol dire che quella bellezza è pura, è proprio la voce autentica della natura ad essere bella e quindi è la vita (in questo caso sinonimo della natura) che ci regala il silenzio e che ci regala quei cieli smarginati di speranza. Nel bel mezzo di questi silenzi spesso ci si sorprende a cantare senza motivo: a quanti è successo? Cantare senza motivo, anche senza le parole fedeli del testo che magari non si ricordano ma un semplice un na-na-na-na ci conduce per mano verso la gioia ed è bello vedere che, anche dentro la propria stanza di questo “albergo”, in tutta solitudine, all’interno del proprio spazio vitale noi si abbia atteggiamenti uguali, si canti senza motivo, ci si accorga quasi per caso che si sta cantando. La seconda strofa inizia con una serie di immagini consuete che ci riportano alla bellezza della vita da ricercare nei momenti di ogni giorno. Vorrei sottolineare la grande trovata testuale di questa seconda strofa: l’autore comincia con l’immagine dei pomeriggi appena freschi “… che ti viene sonno e le campane girano le nuvole…”: le campane e le nuvole che girano sono accomunabili perché quando alziamo la testa per vedere quelle campane che fanno rumore all’interno di un campanile, ci accorgiamo delle nuvole che si muovono nel cielo; inoltre le campane che suonano sottolineano il tempo che passa, l’ora che giunge ed è in questo senso che si può indicare il parallelismo con le nuvole che girano: nei paesi, da sempre, l’orario del giorno è scandito dal suono del campanile della chiesa. Quando quella nuvole stanno girando noi stiamo già dormendo, le nuvole che girano ci immergono in un’atmosfera di sonnolenza e di sogno introdotte dai pomeriggi appena freschi che ci hanno fatto venire sonno. Dopo questa sonnolenza e questo sogno rilassante di un cielo che, lento, presenta ai nostri occhi l’immagine riposante delle nuvole che ruotano, arriva la pioggia, di colpo troviamo “e piove sui capelli”, che ci riporta l’immagine del De Gregori della Leva Calcistica: che è terra e polvere che tira vento e poi magari piove quasi a ricordarci della tristezza che può giungere da un momento all’altro. Sintesi dei nostri animi di sognatori e tristi personaggi che si pongono domande irrisolte, per via di tristezze immediate ed inspiegabili, come piogge improvvise sui capelli e sui tavolini dei caffè all’aperto durante un pomeriggio sonnolento fino a poco prima. Da qui inizia la riflessione sulla vita, da qui inizia il dubbio, l’inquietudine che torna in una sola e semplice domanda: chi sei tu? Onestamente noi siamo “solo” persone che cercano, in buona fede ed armati di tanta buona volontà, di spingere “avanti il cuore ed il lavoro duro di essere uomini e non sapere cosa sarà il futuro”. Torna ora un elemento molto presente nelle canzoni di Baglioni: “… il tempo che ci fa più grandi e soli in mezzo al mondo…”. La vita ci rende soli e ci viene il dubbio se quella solitudine non faccia parte dell’innata natura dell’uomo, uomo che comunque resta un sognatore perché quanto più rimane solo, quanto più è deluso dagli altri, quanto più delude gli altri, maggiormente non smette di cercare altre persone che allevino il suo dolore, portatrici di “un bene più profondo”, armato di quell’ottimismo innato di cui parlavo all’inizio e della speranza nel prossimo. Si cerca “un altro che ti dia respiro e che si curvi verso te” (qui c’è un richiamo probabilmente involontario alla gucciniana “fiducia totale che nessuno mi ha dato o mi ha mai chiesto”) “in un’attesa di volersi di più senza capir cos’è”: punto cruciale della canzone. Questa attesa di volersi di più è voglia d’amore, voglia di amare la compagna o il compagno e, sinceramente, non si capisce cosa ci si debba attendere perché, inconsciamente quanto lo si vuole, sappiamo che l’amore non lo si può aspettare, non ci si può innamorare di una persona giorno per giorno. O la si amava da prima o è solo affetto, non certo amore. “E tu che mi ricambi gli occhi, in questo istante immenso e sopra il rumore della gente, dimmi se questo ha un senso”. Permettetemi di evidenziare questa bellissima frase. È chiaro il riferimento ai suoi concerti. Lui, uomo qualunque, di fronte all’attesa di volersi di più, al senso di questa attesa, dell’utilità di questa attesa, al non capire cosa sia questa attesa, chiede al suo fan una risposta. Una risposta se sia giusto sperare ancora, perché questa attesa non è altro che il sognare, lo sperare, se non sia tutto inutile. Lo spettatore che gli ricambia gli occhi in un concerto, sul rumore della gente, in un istante immenso perché magari può svelare una verità da portarsi dietro per tutta una vita: a questo spettatore il cantautore chiede se sia ancora utile sperare. Il ragazzo o la ragazza che va al concerto magari ci va per trovare quelle emozioni che gli permettono di trovare una risposta in una nuova esperienza e Baglioni gli fa capire di saperne quanto lui. Quindi è sbagliato anche il ricambiargli gli occhi perché lui non si sente un profeta e la sua parola poetica non può far altro che collegare i fili di una esistenza semplice, che trova nelle cose di tutti i giorni la forza per andare avanti e sperare ancora. È interessante, sotto questo punto di vista, tentare di accostare gli oggetti citati da Baglioni, come campane, tavolini dei bar, situazioni di vita quotidiana che rappresentano la realtà speranzosa della vita, con un aspetto dell’universo poetico di Umberto Saba. Quando Saba cercherà la realtà andrà a cercarla negli elementi quotidiani, dove c’è l’autenticità dell’esistere. Ad esempio la poesia “A mia moglie” si sviluppa con dei paragoni ma la moglie non è l’angelo, non è la bellezza, ma lui la paragona agli animali domestici: gallina, cagna, animali insignificanti che circolano nella banalità quotidiana. Dunque questa scelta di Saba di realtà non poetiche è una scelta consapevole. Per lui è più vitale l’umiltà e l’insignificanza della gallina, che l’irrealtà di un cigno dannunziano. Tornano situazioni comuni come “l’aria tenera di un dopo cena e musi di bambini contro i vetri”, è fantastica l’immagine dei “prati che si lisciano come gattini” per sottolineare il senso di rilassamento che donano certe situazioni naturali, dove è insita l’innata bellezza della vita. Sotto un cielo di milioni di stelle il cantautore si pone un’altra domanda eterna: dove sei tu? (i famosi dubbi irrisolti: chi siamo? dove siamo? dove andiamo? perché siamo?). Una sola certezza c’è: porteremo il nostro amore per infinite strade (i numeri mille e cento rappresentano sempre l’innumerevole), fino all’esplosione nel verso “non c’è mai fine al viaggio, anche se un sogno cade”. Non c’è mai fine perché (torna l’immagine di prima) ci sei tu che sei una persona nuova e che mi vieni incontro, c’è un sogno nuovo e quindi qui esce fuori la risposta sul fatto se sia utile sparare. Dobbiamo sempre attenderci un sogno nuovo, una persona che “ha un vento nuovo tra le braccia mentre mi viene incontro”, mentre ti avvicini alla mia vita. La vita è piena di persone nuove, con un “vento nuovo tra le braccia”. L’ultimo pezzo è un autentico inno alla vita (come tutta la canzone). imparerai che per morire ti basterà un tramonto, in una gioia che fa male di più della malinconia Cosa occorre per essere tristi? Nulla, ci vuole un attimo. Morire qui è inteso in due sensi: il vero e proprio morire, perché si sa che basta poco. Poi il più sottile morire dentro. Basta un tramonto per essere tristi. Ma torniamo al morire nel senso vero della parola: a molti è capitato di perdere delle persone care che hanno lottato contro la morte con tutte le proprie forze. Se loro hanno lottato così tanto contro un nemico così forte perché io non dovrei farcela con un nemico debole come la tristezza? Ho pensato che quelle persone lottavano, ho pensato che la loro voglia di vivere fosse più grande della morte stessa e che non è bastata. Noi crediamo che quando si muore in queste situazioni sia un sollievo, “si smette di soffrire”, crediamo. Nulla di più falso: in una gioia che fa male di più della malinconia la gioia di morire quando si soffre fa più male della malinconia provocata dalla morte.

Recensito da: Paolo Talanca

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