Nov 27, 2005
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Recensione di Io dal mare

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Contorta ed appassionata canzone di Claudio Baglioni. Molto interessante, a mio parere, è analizzare l’impostazione metrica di questa canzone. Il genio di Baglioni parte dall’impianto prosodico delle quattro grandi stanze. Analizzando la prima stanza – “Saranno […] astratto” – bisogna evidenziare la simmetricità di questi sei versi: a mio avviso il verso principale di tutta l’opera (la chiave, per dirla musicalmente) è il decasillabo. In ogni parte cruciale del testo troviamo un decasillabo ed anche l’impostazione di questa prima stanza lo conferma, componendosi con il seguente schema: 13, 8, 10, 8, 13 con il verso conclusivo di dieci sillabe, che nella seconda stanza sfocia nel ritornello. È come se Baglioni avesse voluto “proteggere” il decasillabo, cominciando con un maestoso “ipermetro” (in realtà un settenario più un senario) iniziale, da cantare tutto d’un fiato, come con una subitanea ispirazione da non farsi sfuggire, inoltre ogni decasillabo, così protetto, dà vita ad una immagine forte, quasi espressionista: “di una luna che squagliò un suo quarto”, “larghe nuvole di muffa e olio”, “tra le vertebre di vetro e schiuma”, “barche stelle insonni a ramazzare” ed altre cose così. Interessanti qui sono anche le rime alternate, una in ogni stanza, secondo lo schema ABCBDB che si ripete magistralmente in tutte le quattro grandi stanze e si vanno ad intrecciare con la simmetria del sistema di versificazione delle stanze stesse. Protagonista assoluto della canzone è il mare, mare analizzato da dietro gli occhi e le sensazioni dell’osservatore Baglioni. Il titolo si spiega con il fatto che il cantautore romano è nato a maggio, quindi concepito ad agosto, periodo d’estate in cui, se la mia memoria non m’inganna, i suoi genitori passavano le vacanze in un’isola del Tirreno. “Io dal mare” è vista come un destino, un disegno del fato che compone le membra e l’essere del cantautore che “si sente di mare”. Lui si sente di mare pur non riuscendo a immagazzinare questa forza assoluta che gli scivola, ambigua, fuggente, che però sente molto presente e viva dentro di sé. Prima di tutto un dubbio. Al verbo iniziale manca un “forse”, nulla di più significativo, la seconda stanza inizia con un “chissà”, poi, nelle altre due stanze, ci sono un “aveva forse” e “forse era morto”.

Naturalmente lui non c’era, immagina la scena, l’infinito istante della sua creazione, cosmogonia misteriosa ma carica di significato: il rapporto “Baglioni-mare” è lo stesso che esiste in “voglia di sapere-verità”, forma una equazione perfetta. Già dall’inizio si snocciola una carica poetica senza pari, un “paradiso di doppi sensi” per dirla alla Visconti, continue metafore e similitudini che rendono tutto molto etereo e sgusciante. Una cosa importante da dire è che le immagini che evoca questa canzone si intrecciano, sorgono, scompaiono, rifluiscono, salgono e scendono. Queste sensazioni riproducono il movimento del mare. Importantissimo è l’aspetto fonico-sintattico di questo brano. Sono presenti una infinità di onomatopee ed assonanze, è una delle canzoni con la più grande carica di suoni allusivi, direi dannunziana sotto molti punti di vista. In “Oltre” (album che comprende questa canzone, del 1991) c’è un’altra grande canzone che segue questo filone, si intitola “Le mani e l’anima”, che parla dell’Africa, ancora più contorta perché scritta quasi con la tecnica del flusso di coscienza. Cominciamo ad analizzare le prime immagini: l’autore si chiede cosa possa essere ad aver donato l’incanto dell’amore tra il padre e la madre, cosa abbia fornito quell’attimo infinito. “Scogli di carbone dolce”, si sposa con la rilassatezza del mare di sera. Gli spigolosi scogli usuali si trasformano in carbone dolce, perché il mare la sera è scuro e gli scogli appaiono neri. Questi scogli però sono dolci, soavi nella cornice mielata della notte ed il mare sembra “ferro liquefatto” (sensazione metallica che torna spesso nella poetica di Baglioni) dentro il quale sono posti. A sua volta questo “ferro liquefatto” (che richiama l’immagine del fabbro, il “faber” latino creatore del mondo, assimilato al mare) sembra aver squagliato la luna alla quale manca un quarto. Attenzione però: Baglioni parla di “una luna”, dunque si acuisce la sensazione di impressione momentanea (impressionismo sfiorato), di una luna che, si sa, non sarà sempre senza un quarto, come a voler sottolineare l’unicità del momento e della sua creazione che, come quella di tutti, è un atto esclusivo ed irripetibile che ci regala questo dono meraviglioso della vita. Il ricordo è anche, in parte sfocato ed il “brivido mulatto” ci porta una immagine quasi crepuscolare, in chiaro-scuro, senza contorni ben definiti. Questa cornice, questa immagine di mare notturno ci porta a fantasticare e ci trasmette la sembianza baudelairiana del cuore alato del “bianco volar via di cuori pescatori”. Il cuore alato è un sintagma simbolista, rappresenta diverse cose ed in questo caso il volare dei ricordi, delle speranze dei pescatori che (quando è ancora buio) escono per pescare, come se volassero via alla stregua di pensieri che volano via osservando il mare: nella notte questo volar via diventa “bianco”, cioè si contrappone alla cupidigia dell’oscurità perché, in fondo, quel volar via sono speranze donate dal mare. Speranze di pescare da parte dei pescatori (splendida immagine metaforica che ci riporta ai sogni che il mare regala agli uomini). Il mare diventa cielo (il cielo che si specchia nel mare è un’altra immagine ricorrente in Baglioni) nell’ossimorica “acqua secca”, è il posto verso il quale metaforicamente si dirigono questi cuori di pescatori che volano via. Definendo il cielo acqua secca si vuole donargli (al cielo) la capacità “terapeutica” del mare. Il cielo rimane, comunque, astratto in quanto solo immaginato e poi perché i sogni sono ancora da avverare, le speranze sono eterei voli, da raggiungere, dunque ancora astratti. Salta agli occhi il particolare della calma del mare in questa prima parte della canzone. Anche nella seconda stanza il mare sarà calmo e di buon auspicio. Nella terza e quarta stanza invece il mare è in burrasca, le rime richiamano elementi mossi (-onde contro, ad esempio, -ughe – che dona senso di stabilità – della seconda stanza) e le immagini ci mostrano un mare mai domo, quasi a ricomporre il carattere del cantante (e di qualsiasi essere umano) che, come detto, si rivede nel mare, a volte calmo, altre inquieto. Nella seconda stanza dalla notte si passa all’alba che definisce “senza rughe”, cielo sereno oppure con nuvole avvolte da un alone di rosso ambrato dal sole che sorge da est (dunque non nel mare essendo nel Tirreno, vedremo più avanti che il sole si “annegò” perché, come per un famigerato passo di “Avrai” – “un sole che si uccide” – essendo nel Tirreno il sole sorge sui monti e tramonta nel mare). “Larghe nuvole di muffa e olio” è una metafora che richiama alla mente il colore di certe nuvole al tramonto, quando i raggi del sole le rendono ambrate da una parte, lasciando una metà completamente bianca. Baglioni qui usa abilmente due sostantivi per riportare le sensazioni dell’alba e delle nuvole nel cielo: muffa e olio donano a quelle nuvole caratteristiche di morbidezza ostentata e di scivolosità, quasi che volessero naufragare nel mare (non per niente con una azzeccata similitudine – “appaiate come acciughe” – le accomuna a delle acciughe) e la quantità (la coppia) riprende l’allusione ai suoi genitori come agli elementi creatori del suo essere. Dal cielo poi, infatti, si passa al mare ed alle “spiccioli di pesci”, una “vertigine” che dona il senso di una frenesia per il cuore del mare, magari calmo in superficie ma smaniosamente mosso in profondità. Inoltre questa immagine prepara il ritornello, in cui manifesta i suoi dolori, e le altre due stanze successive dove il mare è mosso. Un pensiero particolare merita la “luce nera di lattughe”: ossimoro sensoriale, le lattughe probabilmente sono le alghe che rappresentano, nel chiarore dell’alba, chiazze di nero che stonano con la limpidezza dell’acqua cristallina per via dell’aurora e della fresca e vitale immagine della “vertigine di spiccioli di pesci”. Lo stacco-ritornello formato dai due endecasillabi afferma, per la prima volta, la sua provenienza dal mare. È interessante notare come Baglioni assegni “compiti diversi” ai suoi versi: gli endecasillabi servono per affermare certezze. Osserviamo: dal mare venni e amare mi stremò perché infiammare il mare non si può […] dal mare ho il sangue e amaro rimarrò perché calmare il mare non si può se prima la rete metrica assegnava a versi di varia lunghezza (ma concatenati simmetricamente) compiti di evocare immagini tramite analogie furtive ed immediate, l’endecasillabo (il “verso principe”) serve per trarre conclusioni, esternare certezze, quasi che la dignità letteraria dell’endecasillabo conferisse ai pensieri dell’autore un’aura poetica che lo facesse assurgere ad un poeta vate, ad un veggente di dannunziana memoria. Come si può notare, gli endecasillabi hanno la stessa rima e sono tronchi, quasi, forse, a voler celare la voglia di esternare verità assolute di fronte al mare. Acquistando l’album “Oltre”, dal quale è tratta “Io dal mare”, ci si rende conto che non si trovavano i testi, bensì un racconto di Baglioni – che contiene al suo interno parti dei testi – “La storia di Cucaio”, composto in maniera apparentemente disordinata, è quasi impossibile seguire il filo logico ma comprensibile per chi ha ben chiare le immagini delle sua canzoni. Quel racconto inizia proprio: “Cucaio viene dal mare, come l’umanità…”. Ora, Cucaio è Claudio Baglioni (è la pronuncia del suo nome da piccolo: quando lui era piccolo non sapeva pronunciare il suo nome e lo storpiava dicendosi Cucaio Aiò). Questa provenienza dal mare, come detto vera e propria cosmogonia, è un po’ il succo, il concetto portante di tutta la canzone. Questi due endecasillabi sono pieni di assonanze: mare, amare, infiammare e poi di nuovo mare. È nelle due successive stanze che Baglioni, a mio avviso, dà il meglio di sé. Il mare è agitato. Torna l’ipotesi (“aveva forse”) di un mare mosso con “nervi e fruste di uragani”, bellissima l’immagine del terzo verso: “tra le vertebre di vetro e schiuma”, è una personificazione del mare con le sue “vertebre di vetro”, invisibili ma presenti, essenza di presenza-assenza di un mare-persona. Le vertebre sono invisibili ma l’essenza del mare riconoscibilissima, soprattutto dalla schiuma che è il risultato della sua agitazione e delle sua “azioni invisibili come vertebre di vetro”. E poi via con immagini continue: onde come urla di leoni (assonanza leoni le-onde), tende di merletto (probabilmente la schiuma stessa) che sono chiuse su farine (spiagge bianche dove va a sbattere il mare, si chiudono le tende col “merletto” della schiuma), un mare dove ci si può perdere, attirati dalle famigerate sirene. Dove si può trovare la morte per affogamento (splendida immagine dell’assenza di “vento” nei polmoni) oppure andandosi a schiantare contro il “cemento bruno” degli scogli, procurandosi una ferita (graffio) mortale – da notare che qui gli scogli non sono più “carbone dolce” ma “cemento bruno”, è la duplicità dell’anima del mare e la sua stessa di uomo -, vagabondi persi, barche alla deriva che si perdono in mare, vagando sotto “stelle insonni” e poi il genio: a ramazzare nelle stanze di Nettuno queste barche sono perse e stanno alla deriva. Ramazzare fa parte del verso precedente, si crea un enjambement favoloso con il verso successivo, come se queste barche fossero “inservienti del dio del mare” e pulissero umilmente le sue stanze, stanze dove si perdono e dove trovano la morte, per fame o per sete. Oppure “turbini di sabbia tra le dune calve”, vedendo il mare come un deserto dove qualcuno prima di noi è passato. Qui si evidenzia l’”eclettismo” del mare: il mare è anche spiaggia, spiaggia che ha in sé le caratteristiche di un deserto, dove poter lasciare tracce, orme (il che non è possibile fare nell’acqua). Altro ritornello ed altra affermazione di appartenenze, con conseguenti accostamenti fonici ed assonanze: mare, amaro, rimarrò, calmare, mare. Finalmente si nominano i genitori, il momento del concepimento: un agosto (torna l’indeterminazione, come per la luna), un tramonto che sembra non finire mai (l’attimo di eterno), lingue di fuoco come educato simbolo dell’amplesso, uve fragole tipiche di agosto. Come detto siamo nel Tirreno ed il sole si uccide nel mare (si annega). Splendida descrizione del cielo come formato da tegole, che riporta ai più usuali tramonti di città… Storia che si ripete, ruota che gira, eterno ritorno nei due endecasillabi che preparano il finale: e innanzi al mare ad ansimare sto perché domare il mare non si può Baglioni è davanti al mare, ansima, non si sa se perché dubbioso, sospirante, pensieroso, oppure perché a sua volta sta amando anche lui la sua donna in questa atmosfera di mare e quindi i suoi ansimi sono causati da un amplesso che genererà nuova vita (da non sottovalutare il fatto che anche suo figlio Giovanni è nato a Maggio, dunque generato in agosto), il fatto è che “domare il mare non si può”. Noi possiamo solo stare fermi, subirlo, come quando d’estate diventiamo neri come pietre sotto il “suo” sole: “come pietra annerirò”. Il gran finale: una serie di termini che contengono al loro interno la parola mare (traciMARE, catraMARE, fiuMARE, etc…) come una consapevolezza che il mare appartenga ad ogni sfaccettatura della sua vita, sia dentro le sue e le nostre cose, che ne abbia diritto come generatore di vita e degli esseri della terra: quel mare che fu madre e che non so Essere che rimane incomprensibile, che fu madre, al quale si assomiglia in ogni caso eppure così inafferrabile e lontano dallo scibile… un po’ come questa canzone (ennesima metafora).

Recensito da: Paolo Talanca

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