Nov 27, 2005
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Recensione di Avrai

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Innanzi tutto ci terrei a sottolineare, come tutti avranno compreso, la particolarità del tipo di amore descritto in questa canzone. È l’amore più vero, sincero, grande, immenso che possa esistere, quello di un padre verso un figlio. Questo testo fu scritto infatti da Baglioni nel lontano 1982, in occasione della nascita del suo unico figlio Giovanni. Il modo di scrivere di Baglioni è pieno zeppo di metafore, come analogie frequenti, di similitudini che, comunque, cercherò di cogliere per quanto possibile. A mio parere il pezzo forte qui è l’alternanza di queste continue metafore e similitudini da una parte, ed immagini di una vita normale o di figure quotidiane dall’altra, come a voler augurare al figlio un poetico e profondo avvenire (espresso nelle metafore, dal significato astratto ed analogico), completato però da quella normalità e piacere di piccole cose quotidiane, irrinunciabili per cercare la felicità in maniera genuina. Si capisce dal titolo che è una canzone di augurio, di augurio per un futuro fortunato, perché credo che il sogno più grande di un padre sia quello che il figlio possa avere tutto ciò che lui non è riuscito ad ottenere. In questo senso il solo titolo, posto in modo da aprire orizzonti illimitati, rappresenta un sogno del padre-Baglioni. L’attacco è molto forte, ascoltando la canzone mi sono accorto che la versione che meglio si sposa con la forza del testo è quella registrata durante il tour “Assieme” del 1992, dove si inizia con un accordo staccato, isolato, che regge da solo i primi due o tre versi. Subito il testo inizia con una similitudine, un augurio di felicità: “avrai sorrisi sul tuo viso come ad agosto grilli e stelle”.

È una frase, credo, famosissima nella quale a mio avviso la parola “stelle” sia stata scelta per rendere l’idea dei desideri, delle speranze, dei sogni che il cantautore prevede per il suo primogenito. Subito poi si alternano storie di vita quotidiana come ricordi trattenuti da un album di fotografie, meraviglie provocate da modernissimi aerei supersonici prima e da antichissime albe poi. Le prime attese, amorose o meno, richiamate da un semplice telefono e le prime malinconie guardando “cavalloni pazzi che si inseguono nel mare”. Poter poi vivere questo mare grazie all’arrivo dell’estate e di simbolici “pantaloni bianchi da tirare fuori”, come di sicure felicità da consumare, come un sicuro weekend di riposo dopo una straziante settimana lavorativa. La prossima frase credo sia una vera opera d’arte. Permettetemi di isolarla dal resto: (avrai) un treno per l’America senza fermate Ho deciso di darle uno spazio autonomo perché per me rappresenta davvero una verità universale, talmente assoluta da meritarsi un posto isolato, così da poter fluttuare libera in una mallarmeana convizione d’infinita bellezza. È una bellissima metafora che rappresenta la vita di ognuno di noi, quella fortuna da rincorrere rappresentata dall’America, lo scopo di una vita, una meta, un obiettivo personale il cui raggiungimento purtroppo è rappresentato da un treno (meravigliosa analogia perché è impossibile raggiungere l’America in treno, come molti sogni irraggiungibili) che non prevede fermate. Molti perdono per strada degli affetti cari, il bene di persone amiche, per raggiungere un obiettivo, per andare a vivere in un’altra città a causa di un nuovo lavoro o di un nuovo amore, sposarsi ed andare a vivere lontani. È un treno che non prevede fermate, non c’è ritorno né sosta gradita. Via, poi, con “due lacrime più dolci da seccare”, come nostalgie per un amore finito, da accogliere come un dolce ricordo che ci stringe il cuore. Pescatori di telline al tramonto, che magnifica immagine! Il sole al tramonto smuove pensieri profondi, chi scava nella propria mente di fronte ad un sole che tramonta e “si uccide” nel mare, è accomunabile a chi pesca le telline nel mare rosso del tramonto. Io credo che l’immagine dei pescatori di telline sia una metafora che rappresenti quelle persone profonde che scavano nelle cose, guardano all’interno e dietro le realtà oggettive per trovare le risposte, come quelli che cercano nella sabbia per trovare telline. Beh, quei “pescatori di telline” trovano la loro ispirazione splendidamente con l’immagine del tramonto del sole in mare. Ecco, poi, due immagini quotidiane come “neve di montagne e pioggia di colline” e “un legnetto di cremino da succhiare”: chi non lo ha fatto almeno una volta? Succhiare il legnetto di un cremino dopo averlo mangiato è una di quelle cose alle quali mi riferivo sopra, rappresenta quelle cose quotidiane che ci rendono uguali, tutti alla ricerca di un sogno da realizzare, di un posto felice, che ci accomuna nella realtà di essere uomini e che si riconosce nelle piccole azioni di tutti i giorni. E via con immagini di vita, di gioie e dolori, malinconie e pensieri profondi che rappresentano il vivere e che saranno lì, a disposizione del proprio figlio, in una vita densa e da vivere. Dolore per amore, profondità di pensiero, conforto in un momento di stanchezza, noia, e tradimento da parte di un amico, il primo tradimento che ci imparerà a non fidarci di tutte le persone fanno parte di quella vita che un padre augura e freme per il proprio figlio. Ma l’augurio più grande è commissionato al ritornello. Dopo il dimenticare i dolori e il a sognare (magistralmente descritti con il camminare e lo star fermi) Baglioni prevede per il figlio l’eredità del suo carattere, la continuità del patrimonio genetico che (come diceva Shakespeare) ci rende immortali. Considerando che Baglioni era soprannominato “Agonia” da ragazzo, si comprende il significato di quella “triste speranza” della quale parla. Poi il bellissimo riferimento all’amore “sentirai di non aver amato mai abbastanza, se amore avrai”. Qui c’è tutto, il senso pieno dell’amore, perché l’amore non è mai troppo, non si ama mai al massimo delle proprie possibilità, non si raggiunge mai quell’apice di appagamento per aver amato a sufficienza. Nell’attacco dei versi dopo il ritornello tornano insistentemente le immagini quotidiane, facilitate da una musica più scorrevole (ma poi dipende dalle varie versioni della canzone) e sulle quali mi soffermerei poco. Vorrei evidenziare l’immagine dei “giochi elettronici e sassi per la strada” e “ricordi, ombrelli e chiavi da scordare”. Nel primo caso torna l’impressione del nuovissimo e del vecchissimo, come di un tutto assoluto e di un “tutto” che il figlio potrà avere dalla vita e quindi del sogno del padre, nel secondo caso sottolineerei la “graziosità dei difetti”. Quando si ricordano le cose che sul momento ci sembrano scoccianti (come un figlio che dimentica le chiavi di casa), ci si fa sopra una grassa risata ed il ricordo è lieto e crea in noi un umorismo particolare. La grandezza di Baglioni qui sta proprio nel prevedere la bellezza di queste tanto dolci quanto inevitabili dimenticanze. L’accomunare poi i ricordi (astratti) da scordare con delle cose quotidiane come chiavi ed ombrelli ci lascia un presentimento di come tutto sia ingigantito al momento, perché una storia d’amore (ad esempio) che finisce, o più facilmente una cotta, sul momento ci paiono tanto indimenticabili e crediamo che quel ricordo ci peserà per tutta la vita ed invece un giorno potremo ridere dei nostri amori passati come delle chiavi dimenticate una sera. Io per primo so che tutto non è così facile, anche se innegabile. È innegabile che un giorno rideremo di tutto, ricorderemo senza più malinconia un grande amore come scorderemo o ricorderemo con ironia una scocciatura veniale. “Avrai carezze per parlare con i cani”: spesso capita, di discutere con persone che ci aggrediscono. Il bello sta nel non lasciarsi andare, rimanere calmi, da persone civili portare avanti le nostre idee. C’è poi l’immagine delle vacanze (“sarà sempre di domenica domani”), ma non solo. Questa domenica può anche essere rappresentata dalla felicità eterna, da un matrimonio che dovrebbe rappresentare, ma oggi sempre meno, una unione eterna. Torna la previsione del carattere del figlio con e avrai discorsi chiusi dentro e mani che frugano le tasche della vita Timidezza da un lato, con parole tenute dentro e che fanno fatica ad uscire, intraprendenza dall’altro, con queste mani ansiose di scoprire le verità della vita, che frugano come potrebbero frugare nelle tasche, ignare di cosa può trovarsi al loro interno, e, comunque, quelle mani contengono esperienze, contengono quei discorsi che vengono arricchiti dalle saggezze procuratesi dal frugare in continuazione “le tasche della vita”, immagine ancora più significativa se si pensa che quel “frugarsi” è funzionale ad un discorso da fare, discorso nel quale inserire esperienze vissute. Un gioco di metafore davvero sublime. Ma, soprattutto ed alla fine, c’è l’augurio principale: quello della felicità. Di una radio che comunichi la fine di una guerra, soprattutto di quel momento che si potrebbe provare quando si apprende la notizia. Questo forse è il senso maggiore della canzone. Un sogno, una felicità rappresentata da un attimo da tenere nella mente per sempre, “l’attimo eterno” (Baglioni, “Mille giorni di te e di me”) che rappresenta l’ispirazione massima della poesia do Baglioni, la fine della guerra che porti felicità nelle menti di chi apprende la notizia da una radio. Avrai è una canzone piena di figure retoriche ed indubbiamente non le ho colte tutte; a volte non mi sono dilungato troppo ed ho cercato, comunque, di essere stato chiaro per riordinare quelle che fino ad oggi erano state solo sensazioni tanto profonde quanto ricercate, analogiche ed astratte.

Recensione di: Paolo Talanca

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