Nov 27, 2005
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Recensione di Acqua dalla luna

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Questa canzone è uno dei tanti capolavori di “Oltre”, quella magnifica gemma da una moltitudine di colori nell’universo musicale italiano. Cos’è la voglia di piacere? Perché a volte ci creiamo dei complessi? Perché vogliamo riuscire ad essere ciò che non siamo? A volte questo ci costa fatica. Io penso che alle persone famose costi diventare dei mostri, andare contro e calpestare degli ideali. Altre volte si vuole e ci si promette a noi stessi di fare del bene, di pagare il dazio di una popolarità raggiunta o comunque di un sogno realizzato con la sicurezza di fare successivamente del bene alla gente, ai bisognosi. L’unica cosa che ci interessa è raggiungere il nostro scopo, il dopo è un dolce dazio, un costo talmente piccolo del quale non sentiamo minimamente il peso. Cerco di spiegare la canzone invece che attorcigliarmi intorno ad inutili ragionamenti: canzone altamente autobiografica. C’è da dire che “Oltre” è stato scritto da Claudio Baglioni negli anni che vanno dal 1987 al 1990, nel pieno della sua popolarità e dopo un disco, “La vita è adesso” che è stato ai vertici delle classifiche del tempo per lungo periodo e dopo un tour, “Assolo”, nel quale l’artista ha girato l’Italia riempiendo stadi immensi cantando e suonando da solo sul palco per oltre tre ore di concerto, senza la band, senza nessuno. Ad un certo punto, io credo, un cantante, un uomo di successo cerca di guardarsi attorno ed in questo guardarsi attorno trova il coraggio anche di guardarsi indietro. Ci si rende conto di sentirsi dei “santoni immortali”, di voler aspirare al divino, in balia di un egocentrismo che potrebbe soffocarli facilmente. Si sente il bisogno di un ritorno alle origini, questo vuole rappresentare “Oltre”. Nell’intento, il cantautore romano dice in diverse interviste che avrebbe voluto ricreare una cosmogonia con l’aiuto di versi e accordi, partendo dall’acqua come fonte primaria della vita per raggiungere, attraverso un tortuoso viaggio, l’oltre che dà il titolo all’album stesso; passando per canzoni come “La piana dei cavalli bradi”, per arrivare a “Pace”, titolo dell’ultima canzone.

Quest’album fa parte di una trilogia baglioniana. Come detto, infatti, “Oltre” rappresenta il passato (1990), “Io sono qui” rappresenta il presente (1995, magistralmente rappresentato sotto forma di scenografia per un film, per rendere l’idea di bloccare il presente e dare l’impressione di staticità) ed infine l’ultimo “Viaggiatore sulla coda del tempo” che rappresenta uno sguardo verso il futuro (1999, con la figura di un viaggiatore che guarda avanti, pieno di sogni, scrutando da lontano il tempo e la sua essenza come un animale al quale è possibile scrutare solo la coda inseguendolo). All’inizio della canzone c’è proprio un pensiero di cosa ad un certo punto, il cantante famoso volesse diventare: “un grande mago” che con la sua voce volesse “incantare le ragazze ed i serpenti”, cimentarsi nelle più svariate peripezie descritte attraverso una vena poetica inconfondibile. Voleva essere una fuggevole presenza, atteggiarsi a divo con “polsi di pietra” e poeta dal “cuore alato”. Come detto precedentemente l’avidità sarebbe stata facilmente pagata con lo “stupire tutti quelli che non sanno la fortuna, che non hanno mai una festa, i tristi e i picchiatelli”. Ma qual era il vero dazio da pagare? Cosa lo riportava sulla terra, cosa gli faceva capire di non poter raggiungere le sembianze divine? Il sapere che avrebbe sofferto “lasciando a casa un figlio”. Il dolore nel lasciare una persona amata lo riportava tra i comuni mortali. Quegli occhi dietro la finestra per il quale non usciva il coniglio dal berretto che di lì a poche ore avrebbe fatto sognare il pubblico di un concerto, gli faceva capire di essere un uomo come tanti altri e che la sua onnipotenza non era altro che un castello di sabbia costruito dalla sua perversa, ma per fortuna ancora recuperabile, mente di artista. Ed ecco che al concerto ripeteva sempre le stesse parole. Il ritornello identico non è una peculiarità nelle canzoni di Baglioni e quasi mai la ripetizione è casuale. Qui si evidenzia il mestiere del “saltimbanco” (mai ironico, forse innocente e meschino insieme, per questo diverso dal saltimbanco di palazzeschiana memoria), del venditore di uno spettacolo. Quell’“accorrete pubblico” fa pensare alle immagini quasi di un venditore di giornali o di cocco nelle spiagge. Sta ad evidenziare come il cantare, il fare un concerto a volte possa essere inteso come un vendere qualcosa, non, come il “presuntuoso cantante” vorrebbe far credere, regalare un sogno. Nella seconda strofa tornano le immagini della prima. Il “pifferaio” che “strega il mondo ed ogni sua creatura”, il fare opere impossibili come “crescere grano a Gennaio” o “sfidare la morte senza aver (umanamente) paura” rispecchiano il fatto che anche quando si capisce di non essere onnipotenti, basta un’altra occasione, un’altra stagione, un altro momento per ricadere nell’ambizione senza fine. È un’ammissione di colpe senza limiti. Torna quel dazio leggero da pagare nel “portare sopra un carro elemosine di cielo tra silenzi d’ospedale e strappi di catarro”, fra l’altro bellissima immagine che ci riporta ai cantastorie o ai girovaghi e trovatori provenzali, ai menestrelli ambulanti che distribuivano un sorriso o anche al pifferaio visto in precedenza, il tutto “condito” dall’enorme capacità di Baglioni di creare immagini efficienti, nitide come il carro che porta “elemosine di cielo”. L’essere un comune mortale qui è esternato con il dover restare “zitto al fianco, mentre mamma stava male e sembrava pulcinella dentro il pigiama bianco”. È chiaro qui il contrasto con la precedente immagine. Lui, menestrello ambulante che era capace di dare sorrisi come “elemosine di cielo” ai malati degli ospedali con la sua sola voce, si ritrova a tacere e soffrire in silenzio al fianco del malore di una persona cara. Quindi viene smontata la figura del santone, del guaritore che possiede un potere magico e taumaturgico nella voce e l’onnipotenza della figura del cantante si sgonfia fino a venire meno. Ecco che torna il ritornello e il vendere vilmente la sua arte. Alla fine c’è il rendersi conto che l’impresa è impossibile, lui non era onnipotente, è un comune mortale che può solo sperare di potere “un dì innamorarmi di quelli che non ama nessuno, se potessi portarli lì dove il vento dorme, se crescesse acqua dalla luna”. L’acqua dalla luna è l’impossibilità, il voler ricreare la vita sulla luna, come per un miracolo da fare ma che il cantautore non è capace di fare, pur essendosi creduto onnipotente. È il voler creare vita o speranza di vita dove oramai non si può fare nulla, dove vita non ci sarà mai. Non può fare nulla per i suoi cari, figuriamoci per le persone lontane. La canzone risale al 1991. Dopo alcuni anni è stata fatta la scoperta di fonti di ghiaccio sulla luna, di acqua presente nelle cavità lunari, come di un possibile sviluppo futuro. È proprio vero che a volte sognare l’impossibile non è follia completa. L’importante è sapere di avere umiltà, un grande cuore e non dover essere per forza “un grande mago”.

Recensito da: Paolo Talanca

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