Apr 27, 2008
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Nessuno tocchi Albertone

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Un salame firmato Alberto Sordi. E’ l’ultima trovata pubblicitaria che sfrutta l’immagine del grande attore scomparso, viene dall’Australia, ed è in giro già da qualche mese. In Canada sono andati oltre: per lanciare una serie di prodotti vinicoli hanno concentrato l’attenzione su un fiasco, sempre con il divo accanto, in primo piano: vino tipico italiano. Per non parlare della Campania, dove qualcuno ha pensato di creare un’intera linea di pasta, sfruttando lo stesso, celebre fotogramma, e della trattoria romana che usa sempre quello spezzone per cercare clienti sui canali delle emittenti private. Il film è «Un americano a Roma», regia di Steno. Sordi era Nando Moriconi, nato nella capitale e non a Kansas City, come avrebbe tanto desiderato. Tutta la sua vita è all’insegna della voglia di States, con un’unica eccezione, a tavola, quando il richiamo del piatto di spaghetti diventa irresistibile: «Maccaroni, m’hai provocato e io te distruggo».

Quella scena, entrata nella storia del cinema, ma soprattutto nell’immaginario collettivo, è al centro di una campagna di sfruttamento, a cui l’avvocato romano, nonché presidente della Siae, Giorgio Assumma ha deciso di porre fine, usando tutti i mezzi legali a sua disposizione: «La famiglia Sordi mi ha investito del ruolo di tutore della memoria dell’attore, il che significa che è mio compito preservare la sua immagine da iniziative di ordine commerciale non dignitose». Perché il punto è proprio qui, nel modo più o meno nobile con cui si vuole utilizzare l’inimitabile maschera dell’artista.

La faccia di Sordi è di tutti, certo, ma lo scopo fa la differenza: «Se i fini sono solo commerciali, la nostra sarà una battaglia senza sconti e senza confini. Sordi aveva sempre rifiutato le offerte pubblicitarie, comprese quelle miliardarie, come quella ricevuta una volta da una celebre casa giapponese produttrice di automobili. In vita non aveva mai voluto mettere la sua notorietà al servizio di un prodotto». Discorso diverso per le iniziative benefiche e di valore sociale: «La sequenza di Sordi a tavola in “Un americano a Roma” è stata utilizzata in una recente campagna per la lotta ai tumori, con l’obiettivo di spingere il pubblico verso un modello più sano di alimentazione». In quel caso niente da dire. Magari si può chiudere un occhio, aggiunge Assumma, anche per il ristorante che apparecchia i propri tavoli usando la tovaglietta con su stampata la scena degli spaghetti. Ma su tutto il resto no.

La sorella Aurelia e il resto della famiglia hanno deciso di restare saldamenti fedeli alle volontà dell’attore. La campagna lanciata da Assumma è anche un modo per sottolineare l’assoluta estraneità dei familiari nei confronti di eventuali guadagni scaturiti dalle pubblicità. E questo – chiarisce Assumma – «perché per l’uso commerciale ci vuole il consenso dei parenti». Vedendo spot, foto e marchi, si potrebbe pensare che questo permesso ci sia, e invece non è così.

Non era facile scovare i mille modi in cui il faccione di Alberto Sordi viene sfruttato nei vari Paesi: «Ci hanno aiutato i fans sparsi nel mondo. Da loro continuiamo a ricevere segnalazioni e avvertimenti, così possiamo valutare i vari casi, decidere se si tratta di iniziative tollerabili oppure no». E comunque non è la prima volta che un volto noto e amato subisce questa sorte. In passato era successo a Lucio Dalla: «Una casa di strumenti musicali preparò una serie di manifesti, in cui venivano mostrati gli occhiali e lo zucchetto che in quel periodo caratterizzavano il look del cantante. Si vedevano solo quelli, ma si pensava subito a lui, anche se la foto era stilizzata».

A Claudio Baglioni è successo di peggio e le sue note accorate sono finite dentro i fustini di un certo detersivo: «Furono realizzate delle incisioni di una canzone, la gente era invogliata a comprare quella marca di sapone con la prospettiva che, mettendo la mano nel fustino e scavando un po’, sarebbe venuta fuori la musica di Baglioni». «Usi indecorosi», commenta Assumma, sottolineando che in ognuno di questi casi, puntualmente, la legge ha dato ragione agli artisti trasformati in spot contro la loro volontà.

Fonte: www.lastampa.it

 

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