Gen 3, 2006
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Cucaio viene dal mare

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Cucaio viene dal mare

Cucaio viene dal mare. Come l’umanità. Anche il cavallo vi nasce. Poseidone scagliò il tridente su uno scoglio. Ed ecco il cavallo e il suo sangue spagnolo e il lamento flamenco di Cucaio nell’attesa di un domani che non c’è. E non c’è tenerezza e indulgenza ma solo una danza selvatica e aspra tra Cucaio e la donna sciacalli di baci nudi dissolti dopo l’amore quando non hanno più un corpo perché tutto si è sciolto nella tensione dei muscoli nel gusto scorza di un frutto di savana di macchie avide sul collo che scende e sale dalla bocca alle reni nello scoppio del piacere fiume che prosciuga la faccia si libera in una smorfia gitana i fianchi che cedono vinti e si allargano a ricevere un respiro più ampio dell’aria e si è più spogli dei nudi. E la speranza è una notte troppo lunga. Il letto un nido caldo e i due come pugili che si abbracciano sfiniti l’hanno girato più volte seguendo i quattro angoli della solitudine. Il letto è in un ventre di balena.

Cucaio si chiuse a chiave e la perse. E venne su tra donne odorose. Qualcosa di allegro e 1930 insolite insolute insalate capricciose ombrosità di ascelle voci a colori streghe e fate bambine di cortile vento di ginestra peccati tolti con lo smacchiatore silenzio di occhi cuori nella tormenta l’improvviso. Donne per tutta la vita con i capelli raccolti che poche volte controvoglia scioglievano rivelazione come vederne gli altri peli. Cucaio nel tempo ha avuto altre donne. Sue. Le ha avute senza volerle senza cercarle. Senza capirle. Cucaio ha l’amicizia di altri uomini. Marinai di marciapiede naufraghi aggrappati a un tavolo che galleggia nel vino cowboys che sparano tappi e le solite cazzate di sempre. Dio quante sono le donne. Se si potesse di tutte farne una sola. Ma neanche quella sola c’è. E dove prenderle adesso le buie baiadere le belle caballere. Sono cani da caccia che degli spari han paura. Pirati senza navi corsare. Guerrieri senza compagne.

In tivvù le pattinatrici tagliano un’aria di ghiaccio. Un giorno prenderanno marito e con la stessa grazia ripiegheranno le ali. Cucaio e la tribù s’abbracciano ballano folli scimmioni e lasciano in terra impronte goffe sguaiate sciagurate. Si bastano. Le donne sono lontane. Come sempre. Le donne sono oceani ignoti sogno di navigante Ulisse Simbad Gilgamesh rassegnato a non saperle. A smarrire la rotta confondendo poppa e prua tra capelli indiani occhi venezuelani sopracciglia d’oriente caviglie zingare piedi africani labbra arabe seni tahitiani gambe andaluse fianchi tropicali. Così continua a navigare. Il mare il cielo il cuore. Ci sarà mai abbastanza posto per starci in due? Lui uomo di un’isola in cerca di un’isola donna un’isola di silenzio di pace un’isola dal rumore del mondo. Ma anche i continenti sono isole anche la terra le galassie nell’universo e lo stesso universo.

Cucaio naso di falco ha altre domande. Perché il cielo è così azzurro di che colore è l’aria e se esiste per davvero se la luna ha veramente occhi naso e bocca se un’isola sta a galla sull’acqua o riuscendo a leccare le nuvole di che cosa sanno se si può scavare un pozzo fino al centro della terra e poi uscire dall’altra parte se il mare è maschio o femmina se i cavalli delle giostre di notte corrono le praterie se i pesci e i coralli hanno mai visto le montagne perché l’acqua non si può tagliare e perchè il cuore batte e se il suo avrebbe mai battuto una guerra nuova e perché non ci sono due soli ognuno in una metà di cielo così sarebbe sempre giorno e perché se l’infinito esiste non è anche dentro di lui. Cucaio restava così per ore naso di falco a becco in su. E intorno campagne e erba che cresceva come i suoi capelli sul sentiero del sole e del serpente contadino. Cucaio il piccolo guerriero naso di falco si è fatto grande e non ci sono più legni inarcati da cavalcare canne per pifferi e cerbottane pietre pronte nella mano contro fantasmi lucert6le indiani nemici cavalieri neri soldati blu. Chi gli insegnò la paura? Quando imparò a riconoscerne l’umido filaccioso odore negli altri? Quando provò il primo mal di esistere ascoltando teso il battito del cielo e il silenzio del cuore? Perché non seppe rispondere alle mille domande mille aghi che gli trapassavano la mente? Heysel Italicus Timisoara Ustica Chernobyl Medellin.

E perché si cresce e si capisce di un uomo contro un altro uomo contro le bestie contro gli alberi? E perché la gente sta male pulcinella in corsie d’ospedale larghi pigiami silenzi d’ossa strappi di catarro. Anche sua madre crepava di coliche tra le coperte ammalate e il comodino di povere cose e il puzzo e il letto dove ieri uno c’è morto e l’altro che sta per morire zoccoli di portantini e l’infermiera fine delle visite. Cucaio cerca di nascondere un cuore delicato. Che vuoi di più che vivere con l’unico guaio delle nubi con mille piccoli atti di coraggio e un fondo di viltà e non t’importa di chi soffre se è lontano e sconosciuto. Di chi muore. Ainu Akha Lacandon Tasaday Nambikwara Gond Maori Masai Kuna Hopi Yanomani Semang Onge Kogi Waorani Penan Caingua Veddas Sammi Caraja Inuit Abbos Tuareg Jurana. Cucaio ha visto la disperazione senza bocca la pena senza occhi. Occhi di suo figlio gli ultimi dietro la finestra quando partiva occhi della sua compagna che non lo riconobbe più occhi come sotto un bombardamento occhi vuoti occhi svitati occhi di febbre occhi suicidi occhi mongoli. Se fosse capace di amare quelli di cui non s’innamora nessuno se sapesse guarirli con elemosine di cielo portarli dove il vento s’acquieta. Se crescesse acqua dalla luna. Una luna soldo lanciato in aria perché cada giù dalla parte buona quella a smalto. Stralunarla quella luna con polsi di pietra e un cuore alato. E se potesse fermare l’urgenza di quel suo cuore il cuore di un uomo a metà. Cucaio s’accorge d’essere immobile. Accovacciato con il tamburo. Solo il tempo si muove e porta le persone le storie e quando il suo tamburo suona lo stesso ritmo lo stesso canto di un altro allora si prova amore si diventa amici compagni fratelli figli padri si vuole bene a un luogo a un momento.

Alberi si fanno incontro presentimenti ombre fantasmi della strada figure fisionomie care da prendere e lasciare. E tutto torna e tutto passa anche le cose cambiano per vivere e vivono per cambiare il mare si alza e si abbassa e mai una goccia si va a perdere. E una storia è già finita quando c’è più paura di perdersi che voglia d’aversi così diversi sulla soglia dell’abbandono. Cambiano gli attori le scene cambiano le battute e i battuti. E la banda sfila via. Il suono si sfalsa si distacca si dissolve. Battono i tamburi battono più lontani. Il tempo se li riprende senza aspettare. Cucaio potrà incontrarli ancora in un altro luogo in un’altra età’? Così resta con il pulsare del suo unico tamburo. Un sogno di tam tam e di pestelli che segnano il ritmo di battaglia e della fame scacciata. Che cos’era? Un vigore denso un’intonazione nulla un canto di preghiera roco sotterraneo che piano dai buchi della testa morse come fuoco di un’alba primitiva vento caldo a raspare ruggine di capelli acacie dalle mille foglie omeri lunghi di uccelli piumati prime idee del mondo a togliere arsura dall’argilla delle labbra rugiada malva e miele di selva si gonfiarono vene di sentieri rossi tra l’ombra dolce dei fichi tra le alte erbe del sonno fresco respiro di gazzelle acerbe gambe e scese rapide nella gola di saliva e schiuma lungo un collo di puledro fulmine perle di cedro sulla fionte unta di sole un bucato di nuvole sciorinate sugli stenditoi del cielo. Cucaio crede che c’è un luogo per l’anima. Il nido delle comete la piana dei cavalli bradi la stanza del grano e dei raggi a rastrello. La vecchia rugosa rinoceronta africa anima del mondo intero. Suo mistico mistero. Che il cielo la sfami che la disseti.

Che la liberi. L’Africa vù campà vù tornà Che il cielo la lasci lì dov’è dove corrono le nostre anime. Cucaio ricorda un suono una vibrazione nuda un’innocenza nera calma di crepuscolo lucenti lamine di palma le sue braccia ambra scura corteccia e i suoi nervi si scossero come antenne bruciati sicomori di sciamani svelti tendini di cervi rami contorti a tenere su i pensieri sciami di locuste e sogni d’aria contro i fianchi caimani nel limo i pugni si serrarono e un’energia giù nel sesso di ramarro e nelle cosce ebano e nei piedi come granchi a fuggire maree la molla delle caviglie scattò fino all’aderenza al contatto su quella terra. Cucaio le lasciò l’acqua della sua anima africanima. Cucaio sa che le radici della nostalgia non si fanno strappare. Che ci si resta attaccati per sempre. Cucaio aveva desiderato volare solitario alto come un falco là dove solo il falco va. Ma era ancora un pulcino bagnato arruffato che appena rotto l’uovo fa i primi passi incerti a percorrere la vita e subito vorrebbe rientrare nel guscio. Così del falco pur non avendo le ali ebbe il naso. Cuore all’assalto saliva sugli alberi in un tempo freccia e arco per vedere oltre i confini del mondo. Dove un sogno era libero e l’aria non era cenere e non c’erano strade per perdersi come nel mare e nel cielo. Adesso pensa a una casa in alto magari avere una sedia sopra tutto il resto e lui sentinella. A vegliare con la sua lancia sul sonno degli uomini e della sua donna. Cucaio è più vecchio ha dormito qualche anno in più. Quando lei si sveglierà smetterà per un po’ di attendere. Intanto la spia per tenerla con lui prima ancora che lei il suo animaletto ci sia. Il corpo placato pieno di ombre sottratte al mattino. Lentezza antica nell’aria paziente porosa buccia d’arancia.

Sfumata nel buio che le attraversa i capelli mare di alghe. Adolescente amazzonica peluria nel solco della nuca sulla morbida curva del sedere. La schiena che le tiene l’anima stretta al sicuro le braccia colme di seno le narici che Dio le benedica è da lì che prende la vita guance di pane caldo ancora nel forno della notte. Ho lasciato la luce accesa l’ho scordata pensa Cucaio. No è solo il sole. E solo di sole poter vivere. E di quella bocca comprata al banco dei fiori. Di quel cuore fresco di cantina di quelle gambe rami forti e umido fieno del suo corpo rubato ai pittori del suo cammeo. Di quegli occhi olive dolci e mandorle amare. Misteri oltre le ciglia. Una donna che dorme è una bambina e ha negli occhi chiusi la purezza dell’impossibile. Se un giorno sapesse lasciarla l’amerebbe di più. Perché lei non sia mai un ostaggio consegnato a questo tempo di passaggio. Mai un tatuaggio a far fiero il suo selvaggio petto. E intanto restando la lascia nascosto dietro a cespugli di pensieri muri di parole taciute. Anima in pena che porta via di contrabbando. Giocando a fuggire a coprirsi dagli sguardi del mondo e se questo mondo si girasse dall’altra parte. Se andasse via da sotto il letto pronto a coglierlo in flagrante crimine d’affetto. Poter diventare invisibile a tutti e a lei astuta scimmia oscura tessitrice di ricami e trame d’oriente sentinella delle sue frontiere finanziera vecchia volpe grigia rossa russa giocatrice di scacchi. Cucaio non vuole nessuno che comperi le sue infelicità. Le sue ferite.

Non sa piangere davanti alla tristezza ma solo all’onestà. Se gli altri lo amassero senza pretenderlo senza cercare di vedergli le carte. Se non chiedessero dov’è. Dacci oggi il nostro disco quotidiano dai la mano dai un bacetto a mamma e zia dì la poesia da quanto non ti confessi dove vai che fai dicci di che segno sei stai sull’attenti che disturbi lamenti dai le generalità dacci le tonalità. Cucaio non c’è fuggiasco pellegrino della sua stessa solita. Dicono che ha un brutto carattere. E’ un bandito. E’ rimasto in guerra a combattere. E’ sfollato. Sta sui monti. E’ imboscato, Ha saltato il muro del carcere. E’ braccato. Sta in un buco di affittacamere. E’ sbandato. E’ chiuso in bagno a leggere. Strimpellatore eroe santo e martire. Sarebbe bello a un certo punto del cammino laddove sono vere anche le sue bugie fermarsi svanire. Non dar più notizie non contar più che per se stesso. Per essere se stesso. Cucaio voleva essere un mago regalare stupore alla gente avvitarne i colli sbalordirne i respiri incantare ragazze e serpenti mangiare fuoco come un giovane drago far sulla corda salti da capogiro gettarsi a vuoto nel telo del lungo inverno della vita mettere la testa nelle bocche dei leoni camminare sulla punta delle dita lanciar coltelli e sguardi di gelo agli occhi meravigliati dei presenti passare attraverso muri e tenebre sfidando la morte senza paura far apparire un pezzo di cielo per chi non l’aveva un pifferaio che sa stregare il mondo e tutte le sue creature un tuffatore in alto un trovatore perso un equilibrista squilibrato un domatore vinto un cantastorie muto. Cucaio sperò d’essere un artista.

Uno di quelli che non diventano mai grandi che camminano le vie ribelli stelle di stelle sudici eroi. Che non vivono la vita di tutti ma la vivono per tutti sacerdoti della fantasia custodi della follia. Qualcuno li cresce li nutre soli diversi lontani dalla comune rottura di scatole del mondo dalla vecchiaia dalla morte. Sì. Essi non vivono mai veramente ma neanche muoiono mai. Cucaio è stanco. lì suo pianoforte è una dentiera che ha smesso di ridere. Butta giù un bicchiere un’altra clessidra rovesciata di un altro tempo che va. Si chiede in quali parole fuggirà. E queste parole non dicono da sempre la stessa cosa? Non sarebbe più giusto esser più brevi asciutti fino a tacere del tutto? Una donna che avesse la voce di mare potrebbe salvarlo. E un sorriso negli occhi due lune e un’aurora boreale. E una canzone che si fa largo nel fumo di tante sere che battono il ritmo con monotonia. Lei ha un timbro dolce e agro guarda il microfono lo culla e ci soffia dentro suoni d’uccello. Avanti e indietro lo sgabello e la magrezza di quel corpo. È giovane ma e come se avesse una vita più vite intere a scolorirne gli occhi negli occhi di Cucaio e una calamita è la distanza fra i due. E lei prende fiato su dritto al soffitto e le bagna la gola una lunga tremante urlata parola ruvida. Può il cielo finire qui? I fiori recisi continuano a profumare. Può il mare fermarsi prima dell’orizzonte?

Anche le stelle bruciate morte viaggiano per l’eternità a illuderci che per sempre c’è una luce su chi non sa più cantare. E sola quando tutto si spegne. Anche Cucaio che non ebbe fratelli e sorelle e come compagno prese se stesso. E un certo mal di vivere. Ore a pancia sotto quando il pomeriggio si sbriciolava in polvere d’inverno e un treno elettrico girava e se si rovesciava ci soffriva un po’. Quando la musica della fine delle trasmissioni invadeva la cucina e una tristezza sottile un panno gocciolante s’impadroniva di lui. E non sapeva dargli un nome. E del suo piccolo petto. Nel petto un canto un canto nella gola la gola in un collo un collo da ragazzo un ragazzo fra tanti ragazzi in una piazza una piazza nell’aria nell’aria uno sparo uno sparo nel petto. Tienianiente. Cucaio non vuole scordare. I suoi ricordi sono acqua e l’acqua è memoria. Dovunque passi ogni cosa sfiori bagni l’acqua porta via con sè l’aver saputo e lo conserva. Anche le lacrime sono acqua. E il pianto non si beve mai in compagnia. Se non ci fosse il ricordo non ci sarebbe il dolore. E il dolore è come lo sforzo e il vino. Fa male il giorno dopo. Cucaio il giorno dopo un anno un secolo dopo tieneamente. Tienanmen. E uno sparo nel petto.

Non sa più niente. Non ha parole. Un lamento forse più zitto del silenzio appoggiato sulle braccia del vento come tanti poveri Cristi sul grembo di tante Marie di Michelangelo. Cucaio sa che nei crimini di massa i carnefici son tanti la vittima è una sola. Sempre la stessa. Milioni di poveri Cristi chissà finalmente sereni. Passato il dolore si dorme. Cucaio sa che per un uomo è duro cantare una ninnananna. Anche la donna ha smesso di farlo. E tutti si accompagnano fuori. Le stelle scendono dal palco vanno a popolare i sogni della gente. Non c’è solitudine quando si è soli. E poi Cucaio ha due amici. Per il buono e cattivo tempo. Due compagni orecchie a punta con cui consumare strada. Lei è una taccagna culona invadente rumorosa indolente pallosa civetta esagerata benedetta così accidiosa che è sempre stata vergine. Non è mai cresciuta se non di peso e di altezza per il resto ha sempre terrore del vento e dei temporali. Lui è un arcano signorino taciturno angoloso un po’ fregnone incazzoso barone bulletto sniffatore benedetto e soffre il mal di macchina. Non ha mai smesso quella sua così unica malinconia se non per qualche inatteso cataclismico persino per lui sorprendente lampo di felicità.

Cucaio e i due girano per prati marane sterrati ai bordi della città mentre il cielo si smaglia dalla ragnatela del sonno. Quando la notte è passata al passivo alle sette passate oltrepasso la porta e sorpasso il passetto di passiflora c mi passo impassibile i pollici nei passanti di jeans appassiti passabili si passionale passeggio e ripasso i miei passi in un paesaggio di passeri passeggeri un passaggio a compasso in passerella nel cielo che spasso andarcene a spasso. Passo. E quanti bastoni e sassi volati in aria pronti via l’accensione degli occhi le rincorse alleprate le frenate le lingue rifiatate. Si godono il mattino felici nella coda respirando nelle ossa il cuore che suona da contrabbasso scegliendo di avere tutto il cielo possibile sopra le teste. Sarebbe meglio camminare carponi nomadi vagabondi pelosi riconoscere gli odori padroni di buche e cespugli saper le stagioni pisciare sopra i muri non lavarsi mai non essere cattivi e neanche buoni. Maledetti e senza avere regole. Uomini o animali si potrebbe star bene da uguali mangiare dormire leccarsi e amoreggiare temere un calcio una fiamma una luce magari imbarcarsi e non tornare più. Peccato che ogni tanto insieme non possano bere e ubriacarsi. Li si può vedere però sul fondale del mondo a collotorto a ululare al blu. Con la vita addosso e addosso a questa vita come a un osso da rosicchiare. Per non rubarsi mai più. Prendere la strada e darsi il via. Darsi libertà. Farsi travolgere da un vento di follia. Ognuno vento di girandole. Bambini di granai. Sogni di poeti. Stringere le mani con l’energia dell’aria e braccia come ali libere di bere giorni sere e gole asciutte di parole e musica. Spaccare il mondo in due e sputare il nocciolo. Sassi schizzati via dalle secche dell’abitudine sulla cresta delle onde un salto un altro senza fermarsi. Senza maschere. Ingenui innocenti. Senza colpa. Con il diritto all’immaginazione aria pura semplice.

Il diritto all’amore fuoco robusto giovane. Il diritto alla poesia acqua buona umile. Il diritto alla vita terra fertile. Cucaio e la donna erano vivi. Di sole nella pelle e baci a sorsi piccoli di fontanelle mattino presto spiagge di nessuno code splendide di primavere stanchi di vento ma non di loro. Vivi si amavano in una casa vuota senza tende in un abbraccio come un ballo lento cercandosi l’ultima faccia. Vivi andavano mettendo nei polmoni tutta l’aria della sera come aquiloni nelle vie degli altri cercando un’emozione una paura nuova l’oscurità di portoni e in piedi lo facevano assaporando una dura affinità. Vivi senza abiti senza tempo senza altro con un cappotto sopra carezze di gambe e un cielo gonfio di pugni si rompeva giù a dirotto e metteva allarmi negli occhi e parole basse in una notte di riflessi americani. Vivi torneranno. Tra esistere e morire c’è un eterno ritornare. Cucaio pure riprende la litania del suo ritorno. Nebbiosi formicai di case. Luci false di pubblicità. Fiuta la notte una notte senza timbrare il sonno e la sciarpa del vento un’alba chiusa ostile. Puzzo bruciato di città. Fango di vie foruncolose. Pagine di libro voltate con meccanico dolore senza aver capito tutto senza rammentare. Umanità brillocca di bar. Strade di braccia siringate di disperato crack. Cucaio va prigioniero in libertà provvisoria. Ospite della sua vita. Pagarle di continuo un prezzo. Ogni giorno. Seduto dietro a una cassa a dare il resto e far del proprio meglio per sorridere. Se non gli fosse piaciuto bere avrebbe dovuto imparare a farlo. S’accorge d’aver vissuto giorni opachi come gli ubriachi usano i lampioni. Per sorreggersi non per illuminarsi. Raschi di lama sotto i tram. Tagli roventi. A rubare il fuoco ci si brucia la vita ma anche dalle ferite si respira. Voci stonate di viados. Facce piovose di murales.

E se un dio o qualcun altro mandasse un segno. Ma qui Dio non c’è e il cielo è come i capelli di un vecchio pazzo con un violino aspide. Nei capelli di Cucaio criniere senza corsa nel riposo di stalle. Nervi lisciati sotto la pelle a sfaticare sere a calmarsi di sudore in fiaccole di gelo. Cavalli manciate di vento del sud che fuori muove l’inutilità delle foglie a onde improvvise di un mare giallo marrone. Orecchi a origliare un’aria di impazienza a girarli verso un qualche futuro sospeso li davanti o già dietro le spalle. Rondini croci autunnali infilano pensieri guizzi negli occhi laghi nero fondo di cavalli anime di ombre. E mai si finisce mai di aspettare provando a vivere. E un’immensa sala d’attesa il mondo e dentro le speranze di figli in prestito che presto cresceranno. Com’è duro essere nuovi avere un’altra storia. Cucaio è un nuovo selvaggio perso tra ectoplasmi industriali slogans di pubblicità inespressività displays insegne ripetitività superfici senza memoria di schermi TV piantagioni di antenne. Un cavallo potrebbe non farsi domare ma nel suo destino c’è rinuncia e sottomissione. Cucaio ama la sua donna con noncuranza stupido senza uno scopo. Si nascose in lei e la nascose al resto per non farsi trovare. Furono l’invidia del mondo. Avrebbero vinto mai contro un miliardo di persone’? Così immaginare ogni giorno un addio tra treni e facchini che sbuffano intorno. O tavoli di avanzi in un viavai di camerieri. Lei in piedi lui a levarsi dolente. Imputato alzatevi. Non ha più una mano giusta per le carezze. Non sa più bestemmiare ti amo. Non le lascerà un motivo né una colpa. Occuperà il suo armadio e il disordine dei fogli. Chiuderà la porta come piaceva a lei a far star bene la sua assenza . La vedrà passare negli occhi del cane del rimorso fedele per sempre. Si staccheranno un po’ come si unirono senza far niente perché niente c’è da fare se non fuggire lontano dove non ci si può pensare più. Finendo prima che l’amore finisca e li finisca perché non abbia mai fine. Liberi finalmente e non saper che fare. Le presenterà un amico il ricordo di lui. Il ricordo di un attimo di eterno. La perderà rassegnato costretto a ripensarla. Eppure saprebbe sgambare scalpitare scartare impennarsi sferrare calci duri come diamanti galoppare saltare involarsi. Sudare di sud di vento diventare. Andare con la voce con il cuore lungo sentieri di tornadi. Così riprende a correre l’ora del gallo uomo in cerca del suo destino disperazione spasmi di muscoli sibilo di fianchi polmoni che vanno a fuoco e gonfiano le costole di un’aria di metallo gomiti di treno piedi che si spaccano di collera come martelli sul terreno. Incontra altre tracce.

Chi è andato prima di lui? O sono i suoi passi di ieri? Cucaio ha storie alle spalle. Ha segnato il suo braccio destro con una carezza di acqua bollente un portafortuna. Ha ferito un ragazzo con un sasso alla tempia. Ha dato in un tonfo di cuore il primo bacio e lei restò a denti stretti. Ha bevuto latte di cammella e mangiato riso insieme a mani nere africane. Ha fatto l’amore la prima volta senza capire bene senza guardarla mai senza saper che dire. Ha incendiato una macchina e un tempo che non sarebbe tornato. Ha visto i titani del Messico deserto il campo di Auschwitz gli spogliarelli di Amburgo. Ha sperato confuso e occhialuto in assemblee e cortei che il mondo sarebbe cambiato. Si è invaghito di una notte polacca e deciso che sarebbe rimasto. Ha fatto a gara di vodka seduto su un davanzale e poi non ricordare. Ha incontrato una piccola donna un volo biondo di capelli sul mare verde degli occhi e ci ha fatto un figlio. Ha rubato per scherzo e lo pagò cinque dita e uno spavento. Ha già visto in faccia il suo diavolo la sua dannazione. Ha messo guantoni e menato giù botte a un’inquietudine sorella. Ha guidato più forte affondando il pedale urlando sopra il fischiare delle gomme e sfidando a ogni azzardo dietro la curva l’agguato bianco del Brigante di Strada. Ha portato un jet nei corridoi del cielo rigando l’azzurra vernice e una gioia solare. Ha girato un bel pezzo di mondo là qua dove non fu mai. E ancora va e ci muore. Va. Con un pensiero così intenso e prepotente pioggia veleno diluvio assassino che occupa tutta l’aria che fende. Che lo riempie e gli pompa il cuore come grandine più leggero più selvatico più rapido della sua corsa. Ogni tanto si ferma. Si fa andare a terra lentamente gravemente srotolando le costole come cingoli di trattore. Cucaio a metà della speranza cambiò percorso. E poi non ha più corso. Cucaio non imparerà mai a correre bene più mulo che cavallo. Se un giorno si svegliasse senza più niente dietro nè ai lati ma solo davanti allora sì che andrebbe ma per andare dove? Cucaio sa che in città si cerca la campagna in campagna si vuole la città dovunque si sogna il mare. Un mare madre che lui non conosce. Non sa se c’erano scogli di carbone dolce nella stagnola di un quarto squagliato di luna che manca brivido mulatto o un bianco volar via di piccoli cuori pescatori nell’acqua secca di un cielo astratto. Un torvo mattino di rame calcagni e catrame senza rughe senza aerei satelliti e comete o nuvole appaiate come sardine sott’olio. Forse nervi e fruste di uragani e un urlo dalla sua anima più scura e profonda tra le vertebre bianche di vetro schiumose e cavalloni branchi di leoni grigigialli all’assalto di spiagge cianografie blu muffa spiriti di sabbia fra le dune calve sulle orme perse da qualcuno o onde tendine di vecchi salotti a chiudersi su farine calde corpi di sirene bionde e su un tramonto fiammingo stucchi tortora lingue di fuoco ori peltri ottoni acini d’uva fragola suono di un’acqua senza sponde morta senza vento nei polmoni gabbiani in bianco e nero ferro liquefatto imbalsamato silenzio riposo di remi e vernici su terre impanate o luce nera di lattughe marine soffio buio nella notte barche stelle basse insonni a ramazzare le stanze di Nettuno vertigine di spiccioli di pesci. Cucaio ha vene amare e salate. I suoi si amarono sotto un sole d’isole. Cucaio vorrebbe annerire le sue ossa come pietra consumare catramare tracimare fiumare schiumare chiamare quel mare. Per calmare il suo sangue per domare il suo ansimare per infiammare la sua impossibilità d’amore.

Cucaio non sa ancora amare ciò che ha. Non sa non amare quel che non ha. Così va e va. Funambolo senza filo sul bordo dell’abisso della sua vita tra esaltazione e pericolo rischio paura. S’irrigidisce lo sguardo di fronte s’abitua al silenzio. Dà assenza alle cose. L’uomo e il mago si separano si danno la pace. Si lasciano senza rancore. Cucaio vi chiede perdono se gli avete talvolta fatto del male. Vi perdona per essersene andato. Bisogna pur arrivare in un posto per partire di nuovo. Gli stambecchi muoiono salendo sulla cima più alta piantando le gambe ossute in terra sulla roccia roccia essi stessi guardando al sole per l’ultima volta. Le conchiglie dopo un viaggio lunghissimo soffiate dall’oceano immenso a naufragare a un passo dalla vita e il mare ancora nelle orecchie. Le cicale cantando una sola notte irreale come una cattedrale. Finendo. Frinendo. Virgilio come la guida di tutti i poeti smarriti l’unico che trattò Cucaio da uomo e gli insegnò la sua faccia sorridente cadde da angelo in volo le sue ali non si aprirono per abbracciare l’immortalità. Cucaio sa che tutte le domande sono una sola. Così spera e dispera che un dio ci sia. Quel Dio che dorme nella pietra respira nelle piante sogna con gli animali si desta con l’uomo. Il primo atto di un uomo è piangere. Si sveglia ogni volta bambino poi cresce nel corso del giorno. Cucaio è il piccolo uomo che non sa pronunciare il suo nome che altri il mondo gli ha dato che non conosce risposte solo sillabe suoni fonémi che balbetta per un senso alla vita. Sua. Degli esseri delle cose delle stelle. Raddrizza la testa chinata da un lato. Ha capito. Pace per ciò che gli è stato dato e per quello che nessuno gli dette mai qualcosa così poté trovarlo da solo un cuore una luce di semplicità forse un mondo uomo sotto un cielo mago forse sé Cucaio ora è libero è un uomo oltre.

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