Apr 4, 2006
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Complessi d’inferiorità

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ROMA — Accanto all’impianto hi-fi, nello studio di Claudio Baglioni c’è una lavagna coi gessetti, come a scuola. Stavolta i compiti li fa lui. E rivangando nel suo passato, Baglioni è un alunno modello: disponibile, ha voglia di raccontarsi e una qualità scomparsa, il garbo. Gli altri tutti qui è il triplo cd uscito appena cinque mesi dopo la precedente antologia, che ha venduto 300 mila copie. In 40 anni di carriera, sono 30 milioni di copie. Dietro le cifre impressionanti, trovi i ricordi, i luoghi, le persone che hanno abitato le sue canzoni, e fatto sognare diverse generazioni. Dal Claudio sedicenne del ’67 a oggi, la raccolta contiene 44 brani: classici, rarità e l’inedito Va, l’inno dell’Olimpiade invernale torinese. Quando si risente con la voce da ragazzo, alle prime prove, ha tenerezza, nostalgia? «Il passato è interessante se hai un buon presente. Nostalgia direi di no. C’è l’armadio della memoria con i cassetti ancora vuoti, anche cose che non ricordo. Sento la mancanza di quei tempi, quante energie e utopie sono andate a logorarsi o resistono ancora.

La musica ci fa viaggiare avanti e indietro perché legata a una comunicazione semplice, che è il pezzo breve. Quarant’anni: misurando questa distanza capisco che ho campato, sanato alcune crisi di identità… Cosa mi manca? Il tempo che è già trascorso, un bonus consumato». Uno dei limiti della musica leggera, rispetto alla classica, è il fattore tempo, la condanna alla gioventù. «È un peccato della discografia e del mercato il rivolgersi soltanto ai giovani. Come se fosse il pubblico eletto. Il pubblico è pubblico». Nella maturità, Dalla, Cocciante, Venditti, la Pfm e ora Ligabue, sentono di confrontarsi col musical, l’opera rock o il cd sinfonico; Battiato ha cantato Strauss, girato un film su Beethoven. È solo un normale percorso di crescita? «Noi soffriamo sempre di un complesso d’inferiorità rispetto alla cosiddetta musica seria, è inevitabile, c’è la Storia dietro. Da una parte la canzone ha un impatto emotivo che, tranne alcune arie, l’opera non ha.

Oggi non ci sono compositori colti che colpiscono il pubblico, i nuovi Bach e Puccini siamo noi, si è democratizzato il tutto; dall’altra parte c’è la sensazione di scrivere sempre la stessa canzone. E allora ti muovi, sposti il tiro». Il fatto è che sul passo lungo aspettiamo ancora il capolavoro. «Sono d’accordo, ha fallito anche Paul McCartney col suo Oratorio. Saper scrivere una canzone non significa saper scrivere una Messa cantata». Lei non doveva realizzare un musical? «È un’idea che coltivo da sempre. Sono frenato, dobbiamo trovare il linguaggio, io comporrei per voci d’opera. E comunque resto affascinato dal pop». Per Lucio Dalla è un anello che gli sta stretto alla caviglia. «Io non smanio per togliermi questo anello. È strano, siamo coraggiosi solo se galoppiamo in altre praterie, se avessimo coraggio anche nel pop, che è così omologato. Vogliamo dimenticare la moglie per andare con l’amante. Questa proliferazione di opere rock si riduce a dimensioni più vaste, si scrivono 20 canzoni anziché 10, cucite attorno a qualche ballo. Mi sembra antico, già usurato. Non abbiamo inventato niente, continuiamo a girare intorno a Giulietta e Romeo o a Dracula, si chiamano remake. Io ho scritto E tu, che doveva essere una commedia musicale. Questo piccolo grande amore è nata sotto forma di musical, il mondo di lei, gli amici, gli amori. Anzi, prima ancora era scritta come una sorta di sceneggiatura per un film. Dopo i miei inizi ombroso-esistenzialisti, scoprii che bisogna raccontare, giocavo come avessi una cinepresa, scrivevo pensando alle immagini».

Nella raccolta canta Fratello Sole Sorella Luna dal film di Zeffirelli. «Avevo 20 anni. Le mie occasioni al cinema sono state tante, è un mistero perché non è successo. Anche come attore. Non l’avevo mai raccontato. Fu chiesto a me e a Lucio Battisti di interpretare un film. La storia di due uomini di periferia tra droga e abbandono, uno dei due moriva e bisognava decidere chi. Non se ne fece nulla. Battisti l’ho incontrato tre volte, la prima a Los Angeles, lui era un mito, sicuro di sé, io intimidito. Diceva che la musica italiana era superata».

Nella raccolta c’è Amore amore un corno scritta per Mia Martini. «Lei ricominciava dopo brutti giorni, io ero un giovane autore che non aveva fatto nulla. La ritrovai in Oltre, redenta dall’immagine di portajella. Siamo stati amici, facevamo gruppo con la sorella Loredana e Renato Zero, erano l’ala dark del quartetto. La rividi l’anno prima che morì, con la sensazione che sarebbe stata l’ultima volta». Trovi «gli amori più rapidi o nascosti, sedimentati nella memoria. Se non esiste la canzone più bella, alcune non smettono di parlarci: «In Notte di note l’artista è una specie di sacerdote del suo tempo»; Le ragazze dell’Est è minimalista, senza enfasi, velate nebbie d’archi».

Il brano di un altro che avrebbe voluto scrivere? «Lo sogno continuamente. I più grandi? Bacharach e Paul Simon. Nella raccolta c’è Il nostro concerto di Bindi: pagò per la sua omosessualità. Fu tra i pochi ad avere il coraggio di dirlo. Oggi sarebbe una freccia al suo arco». Di tutte le donne che racconta, quale le viene in mente? «Ogni canzone ha una dedica sotterranea. Ma direi Isolina. Non è mai stata la mia ragazza, stava con un mio amico, erano tutti innamorati di lei. Ma uno ci riesce, gli altri no. Se non ci fosse l’universo femminile, non avrei fatto questo mestiere. Non avevo il sacro fuoco, ero timido, non così simpatico. Volevo che le ragazze mi guardassero». Sta dicendo che Baglioni è diventato Baglioni perché… voleva rimorchiare? Sorride: «Anche. Diciamo per avere attenzione».

Fonte: Valerio Cappelli – www.corriere.it

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