Nov 11, 2003
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Claudio Baglioni al Maurizio Costanzo Show

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Claudio Baglioni è andato ieri a raccontarsi al Maurizio Costanzo Show. Una tappa quasi ovvia nel suo percorso: «Ricordo quando ci venni praticamente direttamente dalla clinica dove m’avevano ricostruito dopo l’incidente d’auto». Fu l’occasione per raccontare di "Oltre", l’album della svolta uscito poco dopo che lui, invece, con l’auto, aveva tirato dritto. Questa volta l’occasione è un’altra, cioè l’uscita il 28 novembre del dvd tratto dai megaconcerti estivi, e la partenza, il 21 novembre da Torino, del nuovo tour. Un altro? Domanda spontanea dopo che l’uomo delle grandi assenze è diventato negli ultimi tempi praticamente onnipresente. «Un altro!», replica lui con un sorriso. E spiega: «Questo sarà "il" tour. I concerti estivi sono stati un modo per andare in giro in maniera smisurata e sono stati forse l’ultimo capitolo di una serie di cose fatte negli anni ’90. Questo giro sarà invece un vero e proprio "crescendo" che parte dalla constatazione che nel mio ultimo disco ho messo gran parte della mia vita, in cui si sono mescolate vicende professionali e personali». Baglioni, neo commendatore, a Sanremo non andrà, e non è stato neanche tra i firmatari del manifesto contro la penalizzazione delle droghe leggere di Vasco Rossi: «No, perché non sono stato interpellato. Trovo comunque che sia un argomento così importante che va affrontato in maniera articolata. Trovo che la musica abbia buone responsabilità sul fatto dell’assunzione di droga, perché per molto tempo si sosteneva che assumere cose significava essere più liberi, creativi, insomma, volare. Prima c’è stata un po’ di felicità e poi molti drammi. Abbiamo delle responsabilità e dovremmo ammetterlo. A parte questo va detto che tra droghe leggere e pesanti c’è differenza e di questo va tenuto conto. Soprattutto per chi consuma, non però per chi spaccia. Comunque io non ho soluzioni». Soluzioni ne cerca per il problema della pirateria, dopo aver sporto denuncia contro la diffusione illegale dei dvd del suo tour estivo: «Sono anni che si fa finta di niente. Capisco che sembriamo gli artisti privilegiati che lottano per il caviale quotidiano, ma in realtà il marchietto "Non copiate i dischi" è come il cartello "non calpestate le aiuole", non ci bada nessuno. Ma è una questione di rispetto per chi ha scelto di fare questo mestiere, musicisti, autori, e soprattutto è uno svilire la musica». Il tour in partenza si chiamerà "Crescendo" e sarà un giro dei palasport – Verona 5 e 6 dicembre, Trieste l’8, Trento il 10 e 11, Treviso il 26 gennaio – che da futuro architetto (laurea prevista a febbraio, ma non è detto) cercherà di trattare acusticamente per quanto possibile. Ci sarà palco al centro, come sempre, ma con una "macchina tecnologica" che cambierà le scene creando quattro, cinque situazioni diverse, a seconda del racconto: «Vorrei riscostruire un po’ della mia storia, partendo da quando suonavo nelle cantine con un piccolo gruppo sognando di diventare un giorno una stella. Sarà come costruire una casa con i suoi spazi simbolici, con l’idea che la musica è in fondo suggestionata dagli spazi stessi. Dalla cantina salirò in casa, in un momento acustico, e poi sul terrazzo, e sul tetto citazione beatlesiana per poi spiccare il volo verso l’ultima parte dello show, per un totale di oltre tre ore». Sul palco niente balletti o suore sui pattini questa volta. Solo nove musicisti. Tutti nuovi: «È rimasto solo Paolo Gianolio alla chitarra mentre tutti gli altri sono nuovi e giovani, scelti dopo vari provini, e mi stanno dando delle novità e un approccio entusiasta». L’idea è quella di riprendere dall’ultimo disco "Sono io" anche brani come "Patapan" e "Quei due" o "Per incanto e per amore" che sono meno popolari e meno appetibili per radio e tv: «Oggi andare in tv è imbarazzante perché c’è l’idea che la musica non "tiri", e anche i personaggi più popolari sono accolti con un certo fastidio. Oggi sono convinto che avrei difficoltà a trovare qualcuno che mi facesse fare il primo disco». Il passaggio da Costanzo è un modo di aggiungere frammenti di ricordi alla sua lunga storia: le foto dell’impacciato ragazzino dagli occhiali scuri, che aveva un amico idraulico chiamato Galleggiante e uno Sommo perché aveva la testa che sembrava il periscopio di un sommergibile, le prime canzoni per gli amici, per farsi notare, quando i genitori gli affidavano le figlie perché aveva l’aria seria e queste sparivano alle feste per poi recuperarlo al momento di tornare a casa. C’è la ragazza che si svegliò dal coma perché il fratello stava cantando troppo stonato "W l’Inghilterra" e il cantante che vinse il Festival di Torvajanica a cui lui arrivò secondo, che lo obbliga a un duetto alla Ray Charles come 35 anni fa. «Ho avuto tanti amori – confessa – solo che loro non lo sapevano, e la prima volta che scrissi a una ragazza "T’amo" su un biglietto, mi vergognai per due anni perché mi sembrò così arcaico. E infatti lei non mi filò per nulla». Racconta che il suo primo successo "Signora Lia" nacque come "Signora Lai", storia di corna, «ma al momento di inciderlo mi accorsi che il tecnico aveva una targhetta con il nome "S. Lai". Sudai freddo e vidi la mia carriera chiusa sul nascere. Lai diventò così Lia». Racconta di quando con De Gregori si misero a fare per scherzo i cantanti di Strada a Roma e nessuno diede loro bada, e di quella ragazza di Padova che da anni gli scrive dicendogli che è convinta che lui le sia apparso ogni tanto come un santo. Cose di fan. Ma sei mai stato fan di qualcuno? «Mai avuto un poster in camera mia. Anche perché l’unico che appesi da bambino, la pubblicità di un latte detergente con una modella in costume, provocò le ire di mia madre e la reprimenda, più moderata, di mio padre».

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