Feb 21, 2006
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Casa discografica senza dischi

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Una casa discografica senza dischi. Niente vinile, niente cd, dvd o cassette, niente di niente, solo bit. Alcuni artisti della grande musica italiana ci hanno già provato per proprio conto, come Claudio Baglioni, ma ora è la volta della grande industria. E’ il segno dei tempi, il primo passo di una major come la Sony\Bmg nel mondo della musica digitale compiuto cancellando addirittura la propria identità. Come si chiamerà una casa discografica che non produce dischi ma file? Per Andrea Rosi, direttore generale della H2O, la nuova etichetta digitale della Sony\Bmg, il nome è l’ultimo dei problemi: «Ci sentiamo come degli esploratori in un mondo tutto nuovo, un mondo al quale siamo arrivati con qualche scossone ma che cominciamo a conoscere e nel quale contiamo di essere sempre più presenti». Cosa vi ha spinto verso la nascita di H2O?

«Ci sono alcune ovvie ragioni, prima fra tutte quella dei tassi di crescita del business digitale. Nel 2005 il 5% del fatturato totale dell’industria discografica è stato fatto dalla vendita digitale, sembra un numero piccolo ma rappresenta una crescita esponenziale avvenuta in un tempo molto breve. Il secondo motivo è che la distribuzione digitale si sviluppa su una serie di vantaggi in termini di riduzione di costi e aspira a diventare una sorta di ‘nursery’ per la nuova musica, un serbatoio di sperimentazione su nuovi progetti che ha caratteristiche strutturali diverse da quelle del mercato tradizionale. C’è più libertà per tutti, vantaggi economici per tutti». Puntate sul mercato della musica mobile e dei cellulari?

«Per ora In Italia l’ottanta per cento del business lo facciamo con il telefono e non con il pc, e infatti H3G è un nostro partner. Ma non abbiamo nessun tipo di preclusione. Non ci interessa la tecnologia ma la musica». Però acquistare un album via telefono costa di più che comprare via Internet e molto di più del prodotto fisico.

«Innanzitutto nel digitale il concetto di album scompare, l’album lo compri nei negozi e la catena dei costi è diversa. Il costo di trasportare un file sul telefono che hai intasca è notevole, il delivery dal server centrale al tuo cellulare è molto superiore rispetto al trasportare un file al pc. Chi compra i brani on demand paga un prezzo che è composto dai costi fissi di banda, poi l’Iva, la Siae, il provider, il margine della telefonia e il costo della canzone, e alla fine il prezzo è più alto. E poi paga la comodità di avere quello che vuole quando vuole».

Crede che la discografia, che ha cercato di impedire questa rivoluzione, oggi abbia capito cosa è accaduto? «Negli ultimi due anni il mio compito è stato quello di aggiornare la comunità artistica e discografica sulla evoluzione della distribuzione e della produzione digitale. Spesso, non sempre, sia di discografici che gli artisti avevano o hanno riserve ideologiche sulla distribuzione digitale, magari per un rifiuto verso le cose nuove, ma è una fase superata. Soprattutto per gli artisti: oggi è più facile che mi chiamino se non trovano il brano su iTunes. Comunque la risposta è sì, le grandi major stanno cambiando e noi siamo all’avanguardia sul modelli di business, p2p legale, distribuzione su qualsiasi supporto, ovunque, ormai siamo da tutte le parti sfruttiamo tutti i sistemi, fino alle memory card».

Avete risolto il problema di immagine? «E’ un problema serio, noi siamo sempre stati quelli privi di simpatia, in buona parte abbiamo sbagliato perché dovevamo stare più attenti alle esigenze di chi la musica la compra e la consuma. Ma non è il più importante dei nostri problemi. C’è una riconversione industriale da fare che è enorme, questo metodo distributivo raccoglie tutti gli aspetti del modello di business dell’industria, devono cambiare le aziende, le persone, è un percorso lento ma che sta avvenendo. L’importante è far trovare la musica al consumatore dove vuole, quando vuole, al prezzo giusto».

Fonte: La Repubblica

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